“Who is writing this stuff?” si chiese l’uomo, fortunato, che commentava gli eventi di Manchester per ESPN. Se lo chiese dopo l’imponderabile rimonta in due minuti. Se lo chiese urlando, mentre il collega quasi afono biascicava un “oh my gods” catarroso e politeista che volveva forse solo cambiare argomento.
Perché lo sceneggiatore dello scorso weekend non esiste. E, se esistesse, sarebbe sorpassato, edonista, sadico, scontato. Qualcuno gli direbbe che questa roba ha smesso di funzionare negli anni Ottanta. Tutto è stato troppo, pagine enormi si sono voltate ovunque.
Alessandro Del Piero lascia Torino con lo Scudetto in mano, le lacrime agli occhi, il pallone all’angolino. Segna, esce, fa un giro di campo a partita in corso e la partita diviene l’anonima cornice di uno stadio che piange. L’emozione dello Juventus Stadium “si sente come la pioggia addosso”, commenta stupefatto il lì presente Caressa.
Negli stessi istanti, a Milano, Superpippo fa l’unica cosa che gli sia mai davvero interessata, su assist di Seedorf, per l’ultima volta. Festeggia tentando di scalare a mani nude le protezioni di San Siro, in un momento di totale simbiosi col pubblico. Ad abbracciarlo, in ordine di apparizione, Alessandro Nesta, Rino Gattuso, Gianluca Zambrotta: tutti all’ultimo atto rossonero, incluso il fenomenale tipo del suddetto assist. I milanisti si commuovono “con la gioia perversa che si prova nell’esser tristi”. Galliani ha una faccia che nemmeno dopo Istanbul. Ibrahimovic osserva il tutto e ipotizza: “Forse io non sono mai esistito”.
Quarantaquattro anni dopo l’ultimo successo, i Citizens vincono la Premier League, per differenza reti. Poi la perdono, con un uomo in più, contro una squadra che ha cinquanta punti in meno. Poi la rivincono con due gol negli ultimi duecento secondi. Altrove, lo United finisce il suo campionato che è ancora primo. Un minuto dopo è la seconda squadra di Manchester.
Oltralpe, ma sempre allo scadere, il Montpellier si trascina a un pareggio con l’ultima dal loro primo titolo di sempre, sfuggendo al PSG di Ancelotti e dei petroldollari arabi. Segna Karim Aït-Fana, un carneade dal nome arabo che è più francese della Bastiglia. Un po’ più in basso, l’Olympique Lyonnais non si qualifica per la Champions League per la prima volta in dodici anni.
Il Real Madrid arriva a cento punti nella Liga, lasciando il Barça a chiedersi come si possa perdere così nettamente dopo averne fatti novantuno. Cristiano Ronaldo timbra il quarantaseiesimo gol in campionato, ma lui no, non si ferma neppure un momento a chiedersi come possa sfuggirgli il Pichichi dopo quarantasei gol: si facesse certe domande, svanirebbe di colpo.
Il Dortmund distende la terza autobahn della stagione sul Bayern München, si prende anche la Coppa di Germania, dopo la Bundesliga, e soprattutto certifica un fatto: i bavaresi saranno pure in finale di Champions, ma la più forte squadra tedesca è gialla e nera. Anche se Ribery segna un gol stupendo, dopo aver combinato con Robben sulla stessa fascia: uno schema che rivedremo presto.
Questa stagione è stata tsnunami e spartiacque. La Juve è tornata, il Barça ha abdicato, Manchester ha un nuovo padrone, la Francia nessuno, la Germania almeno due. Prima che ci assorbano gli Europei, restano l’ultima finale di Guardiola, l’ultima partita di Del Piero, l’ultima chance del Chelsea. Le aspettiamo, saranno bellissime: non le ha scritte nessuno. Non ancora.

