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10 ragioni per amare questa stagione

1 – Il beffardo, o radioso, destino del Real Madrid.
Per un numero uno non c’è nulla di più amaro e umiliante dell’essere secondo. E, per talento e vocazione, il Real Madrid, Josè Mourinho e Cristiano Ronaldo vogliono e devono essere i migliori: senza il Barça di Messi e Guardiola lo sarebbero, senza alcun dubbio. Ma gli dèi del calcio si sanno divertire, e hanno posto le Merengues di fronte a un bivio vertiginoso: da un lato c’è la gloria del battere una squadra imbattibile, unica e immortale; dall’altro, l’ignominia del passare alla storia come i migliori secondi di sempre.
Così, mentre Guardiola continua a modellare la sua rivoluzione, Mourinho cerca di dimenticare che è la stagione del tutto o niente, del matar o morir. Perché il Real Madrid, questo Real Madrid, può sopravvivere a tutto, tranne che a un altro secondo posto.

2 – Il ritorno del duello Milan-Juve.
Una sfida che un po’ ci mancava.
C’è questo Milan che gioca con una svogliatezza di fondo, con l’aria di chi c’è già stato, ha già fatto, già visto. Sa che la Champions è fuori portata, ma allo stesso tempo ambirebbe a un trofeo un po’ più nobile di un altro Scudetto. Eppure gli tocca, e allora vince le partite di giustezza, di pura superiorità tecnica, spensierato e disilluso.
E c’è questa Juve che ha una sete insaziabile e sgomita più di tutti, ma con un’idea di calcio che ha fascino e futuro. Nasconde i limiti tecnici dietro ai wonderbra dell’organizzazione e della corsa, e finora ha convinto molti di essere la più bella, forse anche se stessa. Maggio non è mai così lontano come appare d’inverno: l’illusione potrebbe durare abbastanza.

3 – Mario Balotelli.
Fischiato, insultato e deriso dai suoi tifosi e da quelli avversari, il brutto anatroccolo se ne fuggì a Manchester nel 2010 con le sue turbe, il suo inesplorato talento, il suo carniere di stupidaggini. Ma in questi ultimi mesi il numero delle prodezze ha superato quello delle vaccate e, osservando attentamente, si può intravedere il bellissimo cigno nero che Mario potrebbe diventare. I citizens intanto già lo adorano, incluso Noel Gallagher, e cantano: “Oooooh Balotelli, he’s a striker good at darts. An allergy to grass but when he plays he’s fucking class, he drives around Moss Side with a wallet full of cash. Oooooh Balotelli…”

4 – La magna Borussia.
Perché Borussia è il nome latino di Prussia e perché Prussia è il nome che viene da dare alla Germania ogniqualvolta questa è in crescita e fermento: gli stadi sono strapieni, i bilanci dei club già pronti per il fair play finanziario e nel country ranking dell’UEFA i tedeschi hanno letteralmente sverniciato l’Italia e stanno già cavalcando verso la Spagna come valchirie inferocite, forti dei loro prossimi quattro posti Champions.
E poi, accanto al solito Bayern München, sono i due Borussia – Dortmund e Mönchengladbach – le squadre in vetrina: i gialloneri sono sulla cresta dell’onda dall’anno scorso, quando dominarono il campionato con una banda di ragazzini (promemoria: Mario Götze ha solo 19 anni); invece die Fohlen (i Puledri), benché zavorrati dal nome, sono la rivelazione di quest’anno, e Marco Reus il nuovo übermensch del calcio tedesco.
C’è da farsene una ragione: la Bundesliga è un gran bel campionato.

5 – Evoluzioni e scivoloni del calcio francese.
D’accordo, di questi tempi sui tedeschi non possiamo dire assolutamente niente. Fortunatamente, però, ci sono i cugini d’Oltralpe: non bastassero la testata di Zidane, la mano di Henry, l’esistenza di Raymond Domenech e una bacheca di trofei internazionali per club che equivale a quella del non irresistibile Hamburg1, il calcio francese ci sta fornendo ulteriori elementi per esser deriso e snobbato, in un momento nel quale teoricamente l’Italia non potrebbe permetterselo (ci stanno addosso anche loro in quel dannato UEFA country ranking).
Regna sovrana la schifezza Dinamo Zagreb-Lyon, un biscottone disgustoso che ha permesso alla Francia di mandare una seconda squadra agli ottavi di Champions ai danni della povera Ajax. E hai voglia a dire che il calcio è strano: a certe cose davvero non si può credere.
In ogni caso è bene sottolineare che le squadre francesi impegnate in Europa, quest’anno, sono rimaste solo due. Una in più di Cipro.
Da tenere d’occhio, inoltre, il tentativo da parte della Qatar Investment Authority di portare finalmente Parigi nell’élite del calcio. Dopo aver acquistato il PSG e averlo rinforzato con l’ormai tradizionale iniezione massiccia di petroldollari, adesso si tratterebbe di giocare a calcio. Con Pastore e Menez sulla trequarti, Sissoko in mediana e Sirigu tra i pali, sono primi con tre punti di vantaggio sul Montpellier, eppure hanno appena esonerato l’allenatore per prendere, probabilmente, Ancelotti. Dove arriverà il PSG nei prossimi anni? Mentre aspettiamo di saperlo, Carletto alle prese col francese sarebbe già un bel motivo per seguirli.

6 – Fatalismo udinese e melodramma napoletano.
Hanno rispolverato e rilanciato la difesa a tre, in Italia e in Europa. Hanno guadagnato rispetto, elogi, tentativi di imitazione. Sono due splendide squadre.
Eppure hanno un’anima inquieta.
L’Udinese pare un’isola felice, che ha salutato Sanchez, Inler e Zapata praticamente senza risentirne, ma è ammorbata dal mood funereo e dal look vedovile del (comunque ottimo) mister Guidolin. Un uomo inspiegabilmente vinto, scoraggiato, che continua a ripetere, praticamente contro ogni evidenza, che non ci sono i mezzi, che la squadra non è attrezzata, che la fine è vicina: un memento mori in panchina.
Invece il Napoli inaffondabile della stagione scorsa si è trasferito in Champions League, ha fatto ‘o miracolo e, comprensibilmente, ha talvolta lasciato che in campionato giocasse la versione stanca e imprecisa di se stesso, perdendo punti. Il San Paolo, già umorale, è sballottato dall’altalena, mentre il rapporto tra presidente e allenatore ha visto giorni molto migliori. Si attendono altre imprese, drammi, urla e lacrime: insomma, niente di nuovo sul golfo occidentale.

7 – Robin Van Persie.
Non è un marziano, ma quest’anno è il capitano, finalmente in salute, all’apice della carriera e con la squadra al suo servizio. Il risultato è che sta segnando un gol a partita, con quel sinistro inesorabile e venerabile: la naturalezza di Rivaldo con la coordinazione di Trezeguet e un po’ dello stile di Beckham.

8 – Kansas City 1927.
Nella stagione più bizzarra, esterofila e imperscrutabile che l’A.S. Roma abbia mai attraversato, non c’è da sorprendersi se due (per ora) ignoti tifosi giallorossi si trasformano in acclamati cantori della revoluciòn di Luigi Erico. Passione, umorismo e tanto talento: sono uno spasso anche per chi non tifa ‘a maggica. Quindi se non sapete chi siano La Bambola Assassina, Erfucipolla, Franco e Capitan Boh, significa che vi state perdendo qualcosa di imperdibile. Rimediate.

9 – Il Manchester derby in Europa League.
Sono finite a giocarsi la coppa di riserva un po’ per demeriti e un po’ per caso, ma adesso sono le grandi favorite. E la possibilità che, nell’anno in cui il City è giunto al livello dello United, i neighbours di Mancunia si incrocino per la prima volta in campo europeo, magari in finale, fa venire voglia di pub, pale ale, English breakfast & football at its best.

10 – Il pathos nella stagione del Fenerbahçe.
Vabbé, la Super Lig turca: macchissenefrega, no? No. Non quest’anno, almeno, perché il Fenerbahçe di Emre, Alex e Reto Ziegler (apperò!) sta lottando per il titolo mentre è in corso il processo per il recente scandalo sportivo turco, che potrebbe spedirlo in qualche serie minore a fine stagione. Un po’ come correre i 100 metri con dietro un furgone che sta per investirti: potresti fermarti e aspettare l’impatto, ma quanto sarebbe agrodolce una vittoria finale?

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1 Ebbene sì: le squadre francesi, fuori dal confine, hanno vinto niente più che una Coppa dei Campioni col Marseille (e sappiamo come) e una Coppa delle Coppe con il PSG. A meno di non voler includere l’Intertoto tra i trofei internazionali, ovviamente.

Napoli-Juventus – Anteprima

Fu così che ci ritrovammo la più affascinante partita di questo inizio di stagione collocata al termine di un anonimo martedì di fine novembre. Magari, un paio d’anni fa, un Napoli-Juventus del genere sarebbe passato quasi inosservato, ma stavolta è diverso. Sarà un match bello e pesante, una vetrina per il calcio italiano – che ancora non si è capito se abbia la polmonite o il raffreddore.

Le squadre

Fin qui, la Juventus è stata la migliore del campionato, il Napoli la migliore italiana in Europa. Entrambe hanno un allenatore carismatico e sanguigno, un grande collettivo e una notevole dose di agonismo. Ma per il resto sono davvero molto diverse.

Il Napoli gioca da magnifica provinciale. Tiene il baricentro basso, sa chiudersi e soffrire in fase di non possesso, aspettando gli avversari per poi ripartire velocemente negli spazi, in verticale. Il sontuoso tridente (Hamsik, Lavezzi e Cavani) e i due esterni (Maggio e Zuniga) sono rapidi, lucidi e spesso travolgenti in contropiede. In campionato non vince da quattro partite ed è un po’ in ritardo in classifica, ma giocherà in casa, probabilmente con la formazione migliore (Inler è in dubbio per via del mal di schiena), e perciò difficilmente potrà farsi bastare un pareggio.

La Juve ha un approccio alla partita autoritario, padronale. Cerca sempre di imporre il proprio gioco, punta sul possesso di palla rapido e sui cambi di gioco, sfruttando il campo in tutta la sua ampiezza, e pressa gli avversari anche nella loro trequarti. Ha due artisti (Pirlo e Vucinic) e tanto proletariato di qualità (Pepe, Matri, Lichtsteiner, Vidal), anche se le mancherà per squalifica Marchisio, fin qui il suo uomo più decisivo. Viene da quattro vittorie consecuitive, è prima in classifica e, teoricamente, potrebbe anche accontentarsi di non perdere, ma l’impressione è che questa squadra, per indole e per uomini, voglia solamente fare la partita e cercare i tre punti.

Sarà certamente un incontro caldo e intenso, ma corretto. Il Napoli è la squadra meno fallosa della serie A e anche i bianconeri, che potrebbero spendere qualche cartellino per fermare le fulminanti ripartenze partenopee, commettono in genere pochi interventi irregolari, nonostante il grande pressing. Se tutto va come deve, si penserà soprattutto a giocare a calcio.

Mazzarri sceglierà la classica difesa a 3, Zuniga preferito a Dossena sulla sinistra e Hamsik più avanzato tra i centrocampisti (o più arretrato tra gli attaccanti). Conte dovrebbe giocare col collaudato 4-3-3, con Pazienza al posto di Marchisio.

Le chiavi tattiche

La posizione di Vucinic (o del Chelo).
Il montenegrino potrebbe giocare largo e avanzato a sinistra, rientrando poco, per dare ampiezza al gioco bianconero, allungando così le maglie della difesa azzurra o costringendo Maggio a una partita molto difensiva. Dovesse giocare il Chelo Estigarribia, dall’inizio o a partita in corso, sarà lui a prendere quella posizione: è meno pericoloso di Vucinic, ma più portato a giocare lungo la linea del fallo laterale. In entrambi i casi, Mazzarri potrebbe decidere di snaturare un po’ la sua squadra, passando, di fatto, a una difesa a 4 con Campagnaro e Zuniga terzini e Maggio avanzato a centrocampo.

Hamsik su Pirlo?
Finora, ogni volta che Pirlo è stato marcato a uomo, la Juventus ha perso molto in fase di possesso. Ma se lo slovacco dovesse occuparsi a tempo pieno del regista della nazionale, potrebbe poi essere portato fuori posizione e ritrovarsi troppo lontano dalla porta quando sarà il momento delle ripartenze. Senza contare che Hamsik e Pirlo, visti assieme, sembrano una campagna di sensibilizzazione contro l’abuso di stimolanti e narcotici.

Il ruolo di Lichtsteiner.
L’elvetico potrebbe avere tanto campo da sfruttare, soprattutto nel caso in cui Zuniga arretri in posizione di terzino e Hamsik debba controllare Pirlo.

Inler o Džemaili?
Inler è importante: nessuno nel Napoli gioca più palloni di lui, e nessuno sbaglia meno passaggi. Però, se lo svizzero di origine turche non dovesse farcela, allora ci sarà Džemaili, lo svizzero di origini albanesi. E non sarà assolutamente la stessa cosa.

La prima di Vidal senza Marchisio.
Il cileno l’anno scorso ne ha fatti dieci in Bundesliga, poi a Torino ha trovato Marchisio, uno ancora più bravo di lui in zona gol, e ha dovuto limitare le sortite offensive. Ma al San Paolo, specialmente con Pazienza in campo, Vidal avrà la possibilità d’inserirsi spesso. Riuscisse a farlo coi tempi giusti e la sufficiente lucidità, creerà dei problemi alla difesa azzurra. Altrimenti l’assenza del numero 8 bianconero potrebbe diventare pesante.

Ma la Juve, dall'inizio o in corsa, potrebbe anche tornare al 4-2-4, con Vucinic prima punta ed Estigarribia esterno alto a sinistra.

La prima di Pazienza?
Nel caso parta dall’inizio, sarebbe stato difficile organizzargli un esordio da titolare più imprevedibile: se supera l’emozione di giocare nel suo vecchio stadio, potrebbe sentirsi quasi a casa, e poi conoscere perfettamente gli avversari lo aiuterà. Sarà utilissimo se riuscirà a spezzare le ripartenze del Napoli e, con buone probabilità, si prenderà un bel giallo: è lì anche per quello.

I mismatch in campo aperto.
Cavani e Lavezzi già fremono pensando alla facilità con cui potrebbero fare a fette Pirlo, Barzagli e Bonucci in contropiede. È quindi probabile che Chiellini faccia una partita prudente, soprattutto se Lichtsteiner dovesse spingere molto.

Il baricentro e l’atteggiamento del Napoli.
Lascerà completamente l’iniziativa alla Juve, come ha fatto con successo contro il City?

I falli laterali di Chiellini e, soprattutto, di Campagnaro.
Lo juventino ha una rimessa lunga e cercherà, quando possibile, le teste di Matri e Vucinic, anche perché i partenopei non sono particolarmente forti nel gioco aereo. Il napoletano, invece, ha una rimessa lunghissima, simile a un lancio, che ha già fruttato un gol di Lavezzi (alla prima giornata) e un quasi gol di Maggio (due turni fa): un’arma non convenzionale e, proprio per questo, temibile.

I duelli

De Sanctis vs Buffon.
Non è facile tirare alla Juventus. Solo quattro squadre, nei cinque principali campionati d’Europa, hanno concesso meno tiri dei bianconeri agli avversari (sono Barcelona, Bayern München, Marseille e Real Madrid). Come se non bastasse, Buffon ha perso cinque chili e sembra tornato finalmente ai suoi livelli: si potrebbe concludere che, se c’è una porta che resterà inviolata, sarà senz’altro quella della Vecchia Signora. Senonché Morgan De Sanctis è in stato di grazia. In Champions ha parato un rigore a Mario Gomez e compiuto un salvataggio epico. Il mese scorso è tornato a giocare in nazionale dopo quasi tre anni e mezzo, prendendo il posto proprio di Buffon.
Sono due grandi portieri, e sarà una splendida partita per gli amanti del ruolo.

Gargano vs Vidal.
Un uruguaiano contro un cileno. Un promontorio contro un docciaschiuma. Due giocatori eccellenti, di gran carattere, importantissimi per le rispettive squadre. Si incroceranno spesso, pressandosi, cercando di rubarsi il pallone e di impedire all’altro di ragionare.

Lavezzi vs Lichtsteiner.
Al Pocho piacciono le fughe in slalom a sinistra, Lichtsteiner le detesta. Sono entrambi in grande condizione fisica: si prevedono collisioni, urla, sportellate, tacchetti al vento.

Auspici

Che il Napoli non si chiuda troppo.
Che la partita si sblocchi subito con un gol della Juventus nei primi venti minuti (ché tanto i bianconeri non hanno ancora imparato a chiuderle).
Che ci sia Inler, che Pirlo non venga marcato a uomo e che Hamsik sia libero muoversi.
Che Vucinic e Lavezzi siano in giornata.
Che entrino Mascara e Quagliarella, e che facciano entrambi un tiro da centrocampo.
Che il San Paolo abbia occasione di vedere Del Piero giocare per l’ultima volta.

Segnare di testa

14/08/2011, Real Madrid-Barcelona, 44°
Ci sono calciatori che se il calcio non fosse esistito l’avrebbero inventato personalmente, e l’ultimo tra questi è Lionel Messi. Sarebbe caduta una mela e, invece di teorizzare la forza di gravità, Leo avrebbe controllato di petto, sbilanciato due pecore con una finta di corpo e tirato di collo sinistro a fil di pioppo, colpendo sulla nuca un qualche portoghese particolarmente irascibile.
Una delle qualità meno celebrate di Leo è la costante presenza mentale: non si assenta, è continuamente concentrato e reattivo. E lo fa naturalmente, senza sforzo alcuno.
Al Bernabeu si giocava l’andata della Supercopa de España, un boccone di quella abbuffata di clásicos che ci siamo fatti nei mesi addietro.1 Il Real è scoperto, la Pulce è lanciata a rete, Pepe staziona ansiosamente tra lui e Casillas; c’è Khedira però, che giunge al galoppo per anticipare e tagliar fuori Messi, il quale sembra essere entrato in un vicolo cieco. In una situazione del genere, il vostro tipico centravanti tutto cuore si getterebbe coraggiosamente in scivolata, travolgendo tutto e beccandosi un giallo; il vostro tipico fantasista umorale si darebbe per vinto, rallentando come se davvero di quell’azione non gliene fosse mai importanto niente sin dall’inizio; invece Messi fa una cosa che nemmeno Gigi la Trottola: lascia che Khedira, in vantaggio, lo anticipi, per poi rimbalzargli addosso derubandolo dell’inerzia, della sua forza cinetica, la quale adesso serve a lui per cambiare direzione di quasi novanta gradi senza perdere velocità. Ci vorrebbe un fisico per spiegarlo, ma certo neppure un fisico avrebbe saputo immaginarlo. Figuriamoci Pepe, quindi, che tra l’altro ha la mobilità del frigo Smeg2 di Matteo Renzi e, costretto a girarsi per la seconda volta in un secondo, se ne va prevedibilmente per le terre, lasciando Casillas come ultimo velleitario baluardo a difesa della porta blanca. A quel punto Messi, per la prima volta nell’azione, tocca il pallone: uno, due, gol.

02/10/11, Juventus-Milan, 87°
Poi prendete Felipe Melo, ad esempio. Melo è uno che non ha mai pensato a dov’era e cosa stava facendo per più di quindici minuti di fila. I suoi rari momenti di disciplina tattica sono da attribuire essenzialmente alle urla belluine di Delneri e alla sua incontrollabile attrazione per quella gnocca di Montolivo, che lo costringeva a restare in zona mediana. Ma quando può scegliere, Melo non pensa. Infatti, ora che la Juve sembra tornata una squadra seria, Felipe gioca al Galatasaray, mentre Marchisio è a Torino che splende di luce propria;3 e anche di lucidità, considerata l’altissima qualità delle decisioni che prende. Il primo gol al Milan sembra più fortunoso di quanto in realtà non sia. Siamo allo scadere di una partita in cui la Juve ha spinto sull’acceleratore e macinato gioco, è andata più volte vicinissima al gol senza però riuscire a farlo. Finché Marchisio sfrutta un po’ di spazio davanti a sé, chiedendo e ottenendo il triangolo sia da Vidal che da Vucinic: splendida azione, peccato che l’ultimo passaggio sia imperfetto e Bonera ci arrivi nettamente prima. Anche qui, il vostro tipico medianaccio acefalo, stanco e frustrato, si scaglierebbe sul difensore milanista con miope foga, in un improbabile tentativo di anticiparlo; la vostra tipica aletta decorativa rallenterebbe per poter litigare il prima possibile con l’autore del passaggio; Marchisio invece indovina con precisione la mossa successiva di Bonera: non lo anticipa, lo posticipa; ci mette il piedone così bene che non solo rimpalla il rinvio, ma riesce anche a tenerlo basso e mandarlo alle spalle di Abbiati. Stessero giocando a biliardino, sarebbe una foto. Ma una foto di quelle belle, scattata nel posto giusto, nel momento giusto e con la luce giusta. Ci vuole fortuna, certo. Ma anche intuizione, presenza di spirito, capacità d’improvvisazione. Non si tratta di premere un tasto, né di alzare una gamba.

30/10/11, Cagliari-Lazio, 43°
Probabilmente ho preso il mio più grosso abbaglio calcistico (per ora) al mondiale coreano del 2002. Il capocannoniere tedesco fu un certo Miroslav Klose, attaccante del Kaiserslautern che io etichettai immediatamente come bidone sopravvalutato: aveva sì segnato cinque gol in un mondiale, però tre in un 8-0 contro l’Arabia Saudita. Stacco e tempismo lo rendevano fortissimo nelle incornate, ma per il resto era arruffone, frenetico, grezzo, e a mio parere sarebbe stato sufficiente mettere una maglietta della Germania a uno stambecco per ottenere risultati paragonabili. Perlomeno contro l’Arabia Saudita: cosa potevano saperne, i sauditi, di uno stambecco?
Col tempo ho dovuto faticosamente ricredermi, mentre Klose migliorava di stagione in stagione. Oggi è un professore dell’area di rigore a Formello, apprezzato da allenatore, compagni, presidente, tifosi e pure dall’aquila Olimpia (la quale però si intende certamente più di stambecchi che di calciatori). Le qualità fisiche non sono più quelle di un tempo, ma la capacità di muoversi in area ha raggiunto vette inimmaginabili per noi umani (ma forse, e qui la finisco, immaginabili se sei stambecco, oppure Olimpia). Il modo in cui Klose si è liberato per il gol a Cagliari è stato esemplare. Ripartenza laziale, il pallone finisce a Cissé sulla destra che si accinge al cross di prima. Klose ha preso posizione davanti al suo marcatore, il belga Nainggolan, ma non può spingersi più avanti perché altrimenti finirebbe in fuorigioco. E anche Nainggolan sa che il pallone sta per partire nella loro direzione, per cui si avvicina al tedesco in modo da essergli davanti una volta che sia partito il cross: che ingenuo. È in quel momento che Klose realizza il 90% del gol: fa un passo avanti, poi inchioda sulla linea esatta del fuorigioco, dove attende il belga, ne stoppa la corsa con un braccio, dandosi allo stesso tempo lo slancio per scattare di nuovo in avanti verso il pallone, in completa e apparentemente inspiegabile solitudine. Poi la mette dentro di testa, ma insomma, il punto ormai si è capito: i bravi calciatori usano la testa anche quando segnano coi piedi.

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1 Il prossimo sarà l’11 dicembre a Madrid, per chi fosse in astinenza.
2 Ma non l’accattivante design.
3 Non è che Conte sia passato al 4-3-3 solo per poter schierare sia Marchisio che Vidal accanto a Pirlo. Il fatto è che in un centrocampo a tre il rendimento di Marchisio migliora moltissimo. A tal punto che forse tra qualche mese diremo che Conte non cambia modulo per poter schierare sia Vidal che Pirlo accanto a Marchisio.