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Roma, ottobre 2013

Fino a quando il calcio sarà un gioco, come facciamo a diventare grandi?
Marco Simone

«L’altro giorno sfrecciavo in motorino dalle parti del gasometro a ornamento di un mediocre tramonto postindustriale, e vedo, anzi: intuisco, questo piccione scellerato lanciatomisi contro per farla finita, tutti e due, oggi stesso. Non so se gli avessi fatto qualcosa. Fatto sta che io chiudo gli occhi, e in quel momento in cui non sono proprio chiusi, ma resta quella fessura parzialmente ostruita dalle ciglia in cui l’immagine sembra un filmato del 1910 aperto full screen da YouTube, vedo Daniele De Rossi. Vedo Daniele De Rossi in spaccata che rinvia quel cazzo di piccione ben oltre


Chi ha fatto palo

Ciao, qui si parla di calcio. Non so ancora dire con precisione in quali termini, ma lo vedremo assieme strada facendo, perché le idee son tante ma le partite ancora di più, e magari succede che mi innamoro della lotta per la salvezza nel campionato bulgaro. Spero di no, ma l’amore è cieco. E, talvolta, bulgaro.

Quello che so è che tenere un blog calcistico pare a molti una pessima idea. Il calcio è una sistematica, bizzarra distrazione da ciò che è realmente decisivo e centrale per la nostra esistenza come, ad esempio, Walter Lavitola. È un fenomeno faceto, distante, intangibile.

Ma se la tua squadra vince o perde, a te, che te ne viene?
Eh, bella domanda, mamma.

Pare non ci sia niente da guadagnarci a guardare una partita. Ma se è vero