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Siamo i cattivi

“The inspirational tagline of Italian football: «If you destroy it, they will go away».”
Brian Phillips

In ogni luogo dell’Universo che sia popolato da esseri senzienti si rinnova costantemente, giorno dopo giorno, ora dopo ora, l’eterno, appassionante e incerto scontro tra le forze del Bene e quelle del Male.
Una delle declinazioni terrestri di questa tenzone riguarda il come si debba giocare il calcio, e un antichissimo e attualissimo dibattito – che non ho intenzione né possibilità di riassumere in questo post – ha portato la maggioranza dei follower del gioco a convergere su di un’opinione: se c’è una squadra in grado di rappresentare le forze del Bene, quella squadra esiste dal 2008 ed è il Barcelona.

Ora facciamo finta che non ci sia da discutere per settimane o secoli sulla precedente affermazione e concentriamoci sul seguente dato: dal 2008, da quando ha Pep Guardiola in panchina, il Barça non è andato in gol in Champions League solamente in quattro occasioni1, due delle quali a San Siro contro squadre italiane.

Subito una parentesi su San Siro. Ormai è chiaro a tutti: San Siro è il Bentegodi d’Europa. L’imponenza e il fascino della struttura non riescono più a mascherare la totale inadeguatezza del manto erboso. Il prato di San Siro è in realtà una siepe molto bassa di settemila metri quadri. Una spigolosa macchia mediterranea padana che smotta, si squarcia, produce improvvisi ostacoli collinari e rigogliosi cespugli che imbrigliano caviglie e passaggi filtranti. Urge un miglioramento rapido, celere, sintetico. Chiusa parentesi.

Lo zero a zero è il risultato prediletto dalle forze del Male. Uno dei concetti chiave che identificano il maligno nel calcio sembra mutuato dalla discografia floydiana ed è quello dell’assenza. Le squadre del Male operano affinché sul campo succedano meno cose possibili. Tendono al nulla, alla carestia di eventi. Nelle loro espressioni più pure, esse rinunciano al pallone. E quando, in un gioco denominato football, tu non vuoi che the ball tocchi the foot, stai scientemente minando le basi del gioco stesso.

“Non volevamo la palla perché quando il Barcelona pressava e la riconquistava, finivamo fuori posizione”, disse Josè Mourinho dopo il Barcelona-Inter del 2010. “Io non voglio mai finire fuori posizione, quindi non voglio la palla. La regalavamo”. Risultato: 14% di possesso, nessun tiro in porta, ogni blaugrana con più passaggi completati di ogni interista, portieri inclusi. Ma, soprattutto, Inter in finale e Barça a casa.

Personalmente, quando si tratta di sport, non vedo niente di sbagliato nel tifare per i cattivi. Proprio per questo, però, bisogna dirsi le cose come stanno: i cattivi siamo noi. Non siamo gli unici, ma siamo i migliori. Per molti la difesa è una necessità, noi ne facciamo un’arte. È così, ci esaltiamo. Il pubblico ne gode, la stampa elogia, ricama e vende. Il resto del mondo non capisce. D’altronde l’apice del nostro movimento calcistico, Italia-Brasile 3-2 (1982), altro non è che un catenaccio perfetto, oltranzista e dissoluto. Una sorta di Olanda-Italia 0-0 (2000), solo molto peggio, e senza un uomo in meno.

Coverciano by night

La Grande Inter di Herrera fu un poderoso alfiere del Male, fu catenaccio primordiale, entusiasta e incontaminato: perciò non poteva che essere la sua straordinaria reincarnazione mourinhana ad annichilire il Bene catalano. Per il Milan il discorso dovrebbe essere diverso. I rossoneri hanno grande tradizione europea e alcuni principi di gioco il Barcelona li ha adottati proprio dal diavolo sacchiano dei ’90. Per questo – inspiro, prendo coraggio, ripenso al passato: pare proprio passato; fuori il cielo si sta ingrigendo, mi sembra che il sole sia opaco; o la mia vista si è appannata? Espiro, scrivo – sono completamente d’accordo con Berlusconi – l’ho scritto; inspiro; sento freddo, adesso; mentre indosso un maglione, i Cavalieri dell’Apocalisse mi sussurrano in un orecchio parole incomprensibili in una lingua senza vocali né punti e virgola; non me ne curo, vado avanti: siamo quasi alla Fine – quando dice che il Milan mercoledì scorso è andato “così così”. Berlusconi è insoddisfatto perché per lui il Milan è quello che gioca, attacca e batte il Barcelona 4-0 in finale ad Atene. Perché lui, almeno in quanto a gusto calcistico, è poco italiano. Il Milan, invece, è diventato italianissimo e adesso gioca per il lato oscuro.

Riuscisse a strappare un pareggio al Camp Nou, sarebbe un altro trionfo del Male per mano di una squadra italiana. Difficilmente letale (il Bene, dopo vent’anni di difficoltà, gode oggi di ottima salute), certamente non l’ultimo.

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1 Barcelona-Chelsea 0-0, 28-04-2009; Inter-Barcelona 0-0, 16-09-2009; Rubin Kazan’-Barcelona 0-0, 04-11-2009; Milan-Barcelona 0-0, 28-03-2012.

Ora viene il bello

Due mesi, otto squadre, ognuna a sette partite dal titolo di campione d’Europa. Sono di sette paesi diversi e tutte hanno scritto pagine (o libri) della storia della competizione, a parte una, l’intrusa, che è anche l’unica a non essere ultracentenaria. Come Antonello Venditti, ben quattro sono nate sotto il segno dei Pesci. Solo due hanno delle serie possibilità di vincere. E stanno opportunamente in due parti diverse del tabellone, per la gioia di noi tutti.

Futbol Club Barcelona
112 anni, Sagittario
gioca al Camp Nou (99.354), Barcelona
vittorie: 4
finali: 7
probabilità di vittoria: 45%
capitano: Carles Puyol
top scorer: Lionel Messi (12)
in ascesa: Thiago Alcántara
in declino: Eric Abidal (forza!)

Il pallone è il loro e se lo tengono più che possono. Giocano per la storia già da un po’ e vincendo toglierebbero il punto di domanda al consumatissimo: sono i più forti di sempre?
In caso contrario, sarà stata un’annata transitoria e, va detto a bassa voce, fallimentare. I loro unici veri rivali stanno qui sotto, ma sopra di dieci punti in campionato. Le probabilità di avere un altro Clásico europeo, stavolta addirittura in finale, sono altissime. E in un match secco potrebbero non essere così favoriti come sembra.

Real Madrid Club de Fútbol
110 anni, Pesci
gioca al Santiago Bernabéu (85.454), Madrid
vittorie: 9
finali: 12
probabilità di vittoria: 33%
capitano: Iker Casillas
top scorer: Cristiano Ronaldo (6)
in ascesa: José Callejón
in declino: Ricardo Carvalho

Hanno vinto le prime cinque edizioni del torneo, poi altre quattro volte in cinquant’anni. Probabilmente saranno i primi ad arrivare alla decima coppa e non hanno nessun motivo per non provarci già quest’anno, anzi. L’idea che, se non la vincono loro, se la prendono i rivali catalani dà ulteriori motivazioni a una squadra che è già guidata da un motivatore eccezionale. Inoltre sono tutti fomentati dall’inattesa svolta hipster di Cristiano Ronaldo. Finora, negli scontri diretti di questa stagione, le hanno prese, ma questo Real è una squadra che guarda solo avanti.

Fußball-Club Bayern München
112 anni, Pesci
gioca all’Allianz Arena (69.901), München
vittorie: 4
finali: 8
probabilità di vittoria: 8%
capitano: Philipp Lahm
top scorer: Mario Gomez (10)
in ascesa: Toni Kroos
in declino: Anatoliy Tymoshchuk

Quello del triennio ’73-’76 – con Beckenbauer capitano, Sepp Maier tra i pali e davanti Hoeneß, Gerd Müller e il giovane Kalle Rumenigge – era un tritasassi. Da allora, solo un’altra vittoria per il Bayern che però, un po’ come la Germania, in qualche modo arriva sempre in fondo, anche quando non sembra proprio la stagione giusta, come quest’anno. Eppure la bruttezza neandertaliana di Ribery non è mai stata così attratta dal fascino latino di Mario Gómez. E Robben non è nemmeno infortunato. In più, la finale la giocherebbero a casa.

Chelsea Football Club
107 anni, Pesci
gioca allo Stamford Bridge (41.841), London
vittorie: 0
finali: 1
probabilità di vittoria: 5%
capitano: John Terry
top scorer: Didier Drogba (4)
in ascesa: Daniel Sturridge
in declino: Ashley Cole

Peccato abbiano buttato fuori questo Napoli. Anche perché, in un certo senso, sono ancora fermi al rigore di John Terry. Se non hanno vinto allora, né l’anno successivo (quello della tiratissima semifinale col Barça), non si vede perché debbano farcela stavolta. I molti scettici sottolineano che è una squadra di vecchi campioni sul viale del tramonto che ha appena licenziato l’allenatore e che in Europa, in fondo, non ha mai vinto niente di serio. I pochissimi fiduciosi dicono: appunto.

Associazione Calcio Milan
112 anni, Sagittario
gioca al Giuseppe Meazza (80.018), Milano
vittorie: 7
finali: 11
probabilità di vittoria: 4%
capitano: Massimo Ambrosini
top scorer: Zlatan Ibrahimovic (5)
in ascesa: Kevin-Prince Boateng
in declino: Clarence Seedorf

Ormai è un fatto: hanno un feeling particolare con la Champions League. Secondi dietro al Real per numero di vittorie totali, anche in un’annata in cui li hanno etichettati come squadra ammazzapiccole da campionato, alla fine l’animo europeo del Milan è venuto fuori e, com’è, come non è, sono loro gli unici sopravvissuti tra le italiane. Il problema è che hanno beccato il Barcelona. Anche se, nel girone, al Camp Nou era finita 2-2. Anche se, quest’anno, i catalani fuori casa soffrono spesso più del solito. Anche se, di San Siro, a Barcelona hanno davvero pessimi ricordi.

Sport Lisboa e Benfica
108 anni, Pesci
gioca all’Estádio da Luz (65.647), Lisboa
vittorie: 2
finali: 7
probabilità di vittoria: 3%
capitano: Luisão
top scorer: Óscar Cardozo (4)
in ascesa: Axel Witsel
in declino: Pablo Aimar

Nel 1959 Béla Guttman si sedette sulla panchina del Benfica, lanciò Eusebio, vinse due campionati, una coppa nazionale e due Coppe Campioni, poi chiese un aumento. La dirigenza fu inflessibile e Guttman se ne andò lanciando una maledizione: “Il Benfica non vincerà mai più in Europa per cento anni”.
Da allora le Águias1 sono arrivate in finale nel ’63, ’65, ’68, ’88 e ’90, perdendo sistematicamente. L’ultima volta, a Vienna, l’ormai anziano Eusebio si recò alla tomba di Guttman, lì sepolto, per pregarlo di rompere la maledizione. Ovviamente non venne esaudito: era un po’ tardi per quell’aumento.
Fa comunque piacere ritrovare il Benfica tra le grandi d’Europa, in attesa della stagione 2061/62.

Olympique de Marseille
112 anni, Leone
gioca allo Stade Vélodrome (60.032), Marseille
vittorie: 1
finali: 2
probabilità di vittoria: 2%
top scorer: André Ayew (4)
in ascesa: André Ayew
in declino: Souleymane Diawara

OM in Champions, e tornano subito in mente Basile Boli e quel pasticciaccio brutto dell’edizione 1992-93. Quindi basta, voltare pagina. Parliamo di questo Marseille, che non è bello né in forma, e che finora è stato sicuramente il più fortunato della competizione. Qualificato agli ottavi con due reti negli ultimi cinque minuti dell’ultima partita, ha mandato a casa l’Inter grazie a un gol nel recupero all’andata e un altro gol nel recupero al ritorno. Se veramente la dea fosse bendata, da ora in avanti dovrebbero colpire soli pali e traverse.

APOEL (Athletikos Podosferikos Omilos Ellinon Lefkosias)
85 anni, Scorpione
gioca al Neo GSP (22.859), Nicosia
vittorie: 0
finali: 0
probabilità di vittoria: insignificanti
capitano: Costantinos Charalambides
top scorer: Aílton, Gustavo Manduca (3)
in ascesa: Ivan Trickovski
in declino: Savvas Poursaitidis

Hanno già vinto: vedere l’APOEL ai quarti di finale di Champions League era praticamente inimmaginabile. Ci sono arrivati con tenacia, applicazione tattica e la solita fortuna che bacia le squadre nella stagione giusta (niente a che vedere con quella del Marseille, comunque). Picco storico del calcio nazionale, hanno un solo cipriota titolare (capitan Charalambides) e per il resto sono un mix di iberici, balcanici e brasiliani (tra cui un altro Kakà). Avranno l’onore di giocare al Bernabeu, verranno spazzati via e torneranno a occuparsi del campionato cipriota, anche perché, al momento, sono solo terzi.

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1 Le Aquile. Perché all’inizio c’era solo Vitória.

10 ragioni per amare questa stagione

1 – Il beffardo, o radioso, destino del Real Madrid.
Per un numero uno non c’è nulla di più amaro e umiliante dell’essere secondo. E, per talento e vocazione, il Real Madrid, Josè Mourinho e Cristiano Ronaldo vogliono e devono essere i migliori: senza il Barça di Messi e Guardiola lo sarebbero, senza alcun dubbio. Ma gli dèi del calcio si sanno divertire, e hanno posto le Merengues di fronte a un bivio vertiginoso: da un lato c’è la gloria del battere una squadra imbattibile, unica e immortale; dall’altro, l’ignominia del passare alla storia come i migliori secondi di sempre.
Così, mentre Guardiola continua a modellare la sua rivoluzione, Mourinho cerca di dimenticare che è la stagione del tutto o niente, del matar o morir. Perché il Real Madrid, questo Real Madrid, può sopravvivere a tutto, tranne che a un altro secondo posto.

2 – Il ritorno del duello Milan-Juve.
Una sfida che un po’ ci mancava.
C’è questo Milan che gioca con una svogliatezza di fondo, con l’aria di chi c’è già stato, ha già fatto, già visto. Sa che la Champions è fuori portata, ma allo stesso tempo ambirebbe a un trofeo un po’ più nobile di un altro Scudetto. Eppure gli tocca, e allora vince le partite di giustezza, di pura superiorità tecnica, spensierato e disilluso.
E c’è questa Juve che ha una sete insaziabile e sgomita più di tutti, ma con un’idea di calcio che ha fascino e futuro. Nasconde i limiti tecnici dietro ai wonderbra dell’organizzazione e della corsa, e finora ha convinto molti di essere la più bella, forse anche se stessa. Maggio non è mai così lontano come appare d’inverno: l’illusione potrebbe durare abbastanza.

3 – Mario Balotelli.
Fischiato, insultato e deriso dai suoi tifosi e da quelli avversari, il brutto anatroccolo se ne fuggì a Manchester nel 2010 con le sue turbe, il suo inesplorato talento, il suo carniere di stupidaggini. Ma in questi ultimi mesi il numero delle prodezze ha superato quello delle vaccate e, osservando attentamente, si può intravedere il bellissimo cigno nero che Mario potrebbe diventare. I citizens intanto già lo adorano, incluso Noel Gallagher, e cantano: “Oooooh Balotelli, he’s a striker good at darts. An allergy to grass but when he plays he’s fucking class, he drives around Moss Side with a wallet full of cash. Oooooh Balotelli…”

4 – La magna Borussia.
Perché Borussia è il nome latino di Prussia e perché Prussia è il nome che viene da dare alla Germania ogniqualvolta questa è in crescita e fermento: gli stadi sono strapieni, i bilanci dei club già pronti per il fair play finanziario e nel country ranking dell’UEFA i tedeschi hanno letteralmente sverniciato l’Italia e stanno già cavalcando verso la Spagna come valchirie inferocite, forti dei loro prossimi quattro posti Champions.
E poi, accanto al solito Bayern München, sono i due Borussia – Dortmund e Mönchengladbach – le squadre in vetrina: i gialloneri sono sulla cresta dell’onda dall’anno scorso, quando dominarono il campionato con una banda di ragazzini (promemoria: Mario Götze ha solo 19 anni); invece die Fohlen (i Puledri), benché zavorrati dal nome, sono la rivelazione di quest’anno, e Marco Reus il nuovo übermensch del calcio tedesco.
C’è da farsene una ragione: la Bundesliga è un gran bel campionato.

5 – Evoluzioni e scivoloni del calcio francese.
D’accordo, di questi tempi sui tedeschi non possiamo dire assolutamente niente. Fortunatamente, però, ci sono i cugini d’Oltralpe: non bastassero la testata di Zidane, la mano di Henry, l’esistenza di Raymond Domenech e una bacheca di trofei internazionali per club che equivale a quella del non irresistibile Hamburg1, il calcio francese ci sta fornendo ulteriori elementi per esser deriso e snobbato, in un momento nel quale teoricamente l’Italia non potrebbe permetterselo (ci stanno addosso anche loro in quel dannato UEFA country ranking).
Regna sovrana la schifezza Dinamo Zagreb-Lyon, un biscottone disgustoso che ha permesso alla Francia di mandare una seconda squadra agli ottavi di Champions ai danni della povera Ajax. E hai voglia a dire che il calcio è strano: a certe cose davvero non si può credere.
In ogni caso è bene sottolineare che le squadre francesi impegnate in Europa, quest’anno, sono rimaste solo due. Una in più di Cipro.
Da tenere d’occhio, inoltre, il tentativo da parte della Qatar Investment Authority di portare finalmente Parigi nell’élite del calcio. Dopo aver acquistato il PSG e averlo rinforzato con l’ormai tradizionale iniezione massiccia di petroldollari, adesso si tratterebbe di giocare a calcio. Con Pastore e Menez sulla trequarti, Sissoko in mediana e Sirigu tra i pali, sono primi con tre punti di vantaggio sul Montpellier, eppure hanno appena esonerato l’allenatore per prendere, probabilmente, Ancelotti. Dove arriverà il PSG nei prossimi anni? Mentre aspettiamo di saperlo, Carletto alle prese col francese sarebbe già un bel motivo per seguirli.

6 – Fatalismo udinese e melodramma napoletano.
Hanno rispolverato e rilanciato la difesa a tre, in Italia e in Europa. Hanno guadagnato rispetto, elogi, tentativi di imitazione. Sono due splendide squadre.
Eppure hanno un’anima inquieta.
L’Udinese pare un’isola felice, che ha salutato Sanchez, Inler e Zapata praticamente senza risentirne, ma è ammorbata dal mood funereo e dal look vedovile del (comunque ottimo) mister Guidolin. Un uomo inspiegabilmente vinto, scoraggiato, che continua a ripetere, praticamente contro ogni evidenza, che non ci sono i mezzi, che la squadra non è attrezzata, che la fine è vicina: un memento mori in panchina.
Invece il Napoli inaffondabile della stagione scorsa si è trasferito in Champions League, ha fatto ‘o miracolo e, comprensibilmente, ha talvolta lasciato che in campionato giocasse la versione stanca e imprecisa di se stesso, perdendo punti. Il San Paolo, già umorale, è sballottato dall’altalena, mentre il rapporto tra presidente e allenatore ha visto giorni molto migliori. Si attendono altre imprese, drammi, urla e lacrime: insomma, niente di nuovo sul golfo occidentale.

7 – Robin Van Persie.
Non è un marziano, ma quest’anno è il capitano, finalmente in salute, all’apice della carriera e con la squadra al suo servizio. Il risultato è che sta segnando un gol a partita, con quel sinistro inesorabile e venerabile: la naturalezza di Rivaldo con la coordinazione di Trezeguet e un po’ dello stile di Beckham.

8 – Kansas City 1927.
Nella stagione più bizzarra, esterofila e imperscrutabile che l’A.S. Roma abbia mai attraversato, non c’è da sorprendersi se due (per ora) ignoti tifosi giallorossi si trasformano in acclamati cantori della revoluciòn di Luigi Erico. Passione, umorismo e tanto talento: sono uno spasso anche per chi non tifa ‘a maggica. Quindi se non sapete chi siano La Bambola Assassina, Erfucipolla, Franco e Capitan Boh, significa che vi state perdendo qualcosa di imperdibile. Rimediate.

9 – Il Manchester derby in Europa League.
Sono finite a giocarsi la coppa di riserva un po’ per demeriti e un po’ per caso, ma adesso sono le grandi favorite. E la possibilità che, nell’anno in cui il City è giunto al livello dello United, i neighbours di Mancunia si incrocino per la prima volta in campo europeo, magari in finale, fa venire voglia di pub, pale ale, English breakfast & football at its best.

10 – Il pathos nella stagione del Fenerbahçe.
Vabbé, la Super Lig turca: macchissenefrega, no? No. Non quest’anno, almeno, perché il Fenerbahçe di Emre, Alex e Reto Ziegler (apperò!) sta lottando per il titolo mentre è in corso il processo per il recente scandalo sportivo turco, che potrebbe spedirlo in qualche serie minore a fine stagione. Un po’ come correre i 100 metri con dietro un furgone che sta per investirti: potresti fermarti e aspettare l’impatto, ma quanto sarebbe agrodolce una vittoria finale?

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1 Ebbene sì: le squadre francesi, fuori dal confine, hanno vinto niente più che una Coppa dei Campioni col Marseille (e sappiamo come) e una Coppa delle Coppe con il PSG. A meno di non voler includere l’Intertoto tra i trofei internazionali, ovviamente.

Segnare di testa

14/08/2011, Real Madrid-Barcelona, 44°
Ci sono calciatori che se il calcio non fosse esistito l’avrebbero inventato personalmente, e l’ultimo tra questi è Lionel Messi. Sarebbe caduta una mela e, invece di teorizzare la forza di gravità, Leo avrebbe controllato di petto, sbilanciato due pecore con una finta di corpo e tirato di collo sinistro a fil di pioppo, colpendo sulla nuca un qualche portoghese particolarmente irascibile.
Una delle qualità meno celebrate di Leo è la costante presenza mentale: non si assenta, è continuamente concentrato e reattivo. E lo fa naturalmente, senza sforzo alcuno.
Al Bernabeu si giocava l’andata della Supercopa de España, un boccone di quella abbuffata di clásicos che ci siamo fatti nei mesi addietro.1 Il Real è scoperto, la Pulce è lanciata a rete, Pepe staziona ansiosamente tra lui e Casillas; c’è Khedira però, che giunge al galoppo per anticipare e tagliar fuori Messi, il quale sembra essere entrato in un vicolo cieco. In una situazione del genere, il vostro tipico centravanti tutto cuore si getterebbe coraggiosamente in scivolata, travolgendo tutto e beccandosi un giallo; il vostro tipico fantasista umorale si darebbe per vinto, rallentando come se davvero di quell’azione non gliene fosse mai importanto niente sin dall’inizio; invece Messi fa una cosa che nemmeno Gigi la Trottola: lascia che Khedira, in vantaggio, lo anticipi, per poi rimbalzargli addosso derubandolo dell’inerzia, della sua forza cinetica, la quale adesso serve a lui per cambiare direzione di quasi novanta gradi senza perdere velocità. Ci vorrebbe un fisico per spiegarlo, ma certo neppure un fisico avrebbe saputo immaginarlo. Figuriamoci Pepe, quindi, che tra l’altro ha la mobilità del frigo Smeg2 di Matteo Renzi e, costretto a girarsi per la seconda volta in un secondo, se ne va prevedibilmente per le terre, lasciando Casillas come ultimo velleitario baluardo a difesa della porta blanca. A quel punto Messi, per la prima volta nell’azione, tocca il pallone: uno, due, gol.

02/10/11, Juventus-Milan, 87°
Poi prendete Felipe Melo, ad esempio. Melo è uno che non ha mai pensato a dov’era e cosa stava facendo per più di quindici minuti di fila. I suoi rari momenti di disciplina tattica sono da attribuire essenzialmente alle urla belluine di Delneri e alla sua incontrollabile attrazione per quella gnocca di Montolivo, che lo costringeva a restare in zona mediana. Ma quando può scegliere, Melo non pensa. Infatti, ora che la Juve sembra tornata una squadra seria, Felipe gioca al Galatasaray, mentre Marchisio è a Torino che splende di luce propria;3 e anche di lucidità, considerata l’altissima qualità delle decisioni che prende. Il primo gol al Milan sembra più fortunoso di quanto in realtà non sia. Siamo allo scadere di una partita in cui la Juve ha spinto sull’acceleratore e macinato gioco, è andata più volte vicinissima al gol senza però riuscire a farlo. Finché Marchisio sfrutta un po’ di spazio davanti a sé, chiedendo e ottenendo il triangolo sia da Vidal che da Vucinic: splendida azione, peccato che l’ultimo passaggio sia imperfetto e Bonera ci arrivi nettamente prima. Anche qui, il vostro tipico medianaccio acefalo, stanco e frustrato, si scaglierebbe sul difensore milanista con miope foga, in un improbabile tentativo di anticiparlo; la vostra tipica aletta decorativa rallenterebbe per poter litigare il prima possibile con l’autore del passaggio; Marchisio invece indovina con precisione la mossa successiva di Bonera: non lo anticipa, lo posticipa; ci mette il piedone così bene che non solo rimpalla il rinvio, ma riesce anche a tenerlo basso e mandarlo alle spalle di Abbiati. Stessero giocando a biliardino, sarebbe una foto. Ma una foto di quelle belle, scattata nel posto giusto, nel momento giusto e con la luce giusta. Ci vuole fortuna, certo. Ma anche intuizione, presenza di spirito, capacità d’improvvisazione. Non si tratta di premere un tasto, né di alzare una gamba.

30/10/11, Cagliari-Lazio, 43°
Probabilmente ho preso il mio più grosso abbaglio calcistico (per ora) al mondiale coreano del 2002. Il capocannoniere tedesco fu un certo Miroslav Klose, attaccante del Kaiserslautern che io etichettai immediatamente come bidone sopravvalutato: aveva sì segnato cinque gol in un mondiale, però tre in un 8-0 contro l’Arabia Saudita. Stacco e tempismo lo rendevano fortissimo nelle incornate, ma per il resto era arruffone, frenetico, grezzo, e a mio parere sarebbe stato sufficiente mettere una maglietta della Germania a uno stambecco per ottenere risultati paragonabili. Perlomeno contro l’Arabia Saudita: cosa potevano saperne, i sauditi, di uno stambecco?
Col tempo ho dovuto faticosamente ricredermi, mentre Klose migliorava di stagione in stagione. Oggi è un professore dell’area di rigore a Formello, apprezzato da allenatore, compagni, presidente, tifosi e pure dall’aquila Olimpia (la quale però si intende certamente più di stambecchi che di calciatori). Le qualità fisiche non sono più quelle di un tempo, ma la capacità di muoversi in area ha raggiunto vette inimmaginabili per noi umani (ma forse, e qui la finisco, immaginabili se sei stambecco, oppure Olimpia). Il modo in cui Klose si è liberato per il gol a Cagliari è stato esemplare. Ripartenza laziale, il pallone finisce a Cissé sulla destra che si accinge al cross di prima. Klose ha preso posizione davanti al suo marcatore, il belga Nainggolan, ma non può spingersi più avanti perché altrimenti finirebbe in fuorigioco. E anche Nainggolan sa che il pallone sta per partire nella loro direzione, per cui si avvicina al tedesco in modo da essergli davanti una volta che sia partito il cross: che ingenuo. È in quel momento che Klose realizza il 90% del gol: fa un passo avanti, poi inchioda sulla linea esatta del fuorigioco, dove attende il belga, ne stoppa la corsa con un braccio, dandosi allo stesso tempo lo slancio per scattare di nuovo in avanti verso il pallone, in completa e apparentemente inspiegabile solitudine. Poi la mette dentro di testa, ma insomma, il punto ormai si è capito: i bravi calciatori usano la testa anche quando segnano coi piedi.

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1 Il prossimo sarà l’11 dicembre a Madrid, per chi fosse in astinenza.
2 Ma non l’accattivante design.
3 Non è che Conte sia passato al 4-3-3 solo per poter schierare sia Marchisio che Vidal accanto a Pirlo. Il fatto è che in un centrocampo a tre il rendimento di Marchisio migliora moltissimo. A tal punto che forse tra qualche mese diremo che Conte non cambia modulo per poter schierare sia Vidal che Pirlo accanto a Marchisio.