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Dio perdona, Riga no

Parabole, molte carriere sono così. C’è chi ha la fortuna di avvistarle appena iniziano la fase ascendente, c’è chi ha il fiuto di tenerle d’occhio fin da subito; c’è chi, per ammirarle, deve aspettare che raggiungano l’apice e si manifestino; c’è chi le perde di vista a un certo punto della discesa. E c’è anche chi, dopo averle scovate, apprezzate e smarrite, le ritrova perché gli piombano in casa come un meteorite, un amico ubriaco, una lettera d’amore.

È ormai da dicembre che il centravanti del neonato Audax Montevarchi è Christian Riganò, classe ’74, nato a Lipari (isola siciliana, praticamente un’isola al quadrato) come Franco Scoglio e il padre di Natalie Imbruglia1, dove è rimasto fino ai 25 anni a fare il muratore e il calciatore a


Montevarchi, amarcord

Giovedì scorso il Montevarchi è fallito. Da ragazzino ci ho giocato e l’ho tifato allo stadio, vivendolo da vicino in uno dei periodi migliori della sua lunga storia.

Il giorno della più bella partita vista al Brilli Peri avevo quasi tredici anni e mi ricordo la pioggia, gli spalti strapieni di gente e di ombrelli. Era maggio, ma faceva freddo, e a fine primo tempo il risultato era cupo come il cielo, l’atmosfera, le facce e le voci intorno: stavano vincendo loro, due a zero, a casa nostra, con tutti quanti lì impotenti a guardare, tifare e smadonnare.

Mi ricordo Menchetti: soprattutto in quella stagione aveva un sinistro prodigioso, e quella punizione sotto l’incrocio fu troppo bella e necessaria perché me la possa mai dimenticare. Quasi al novantesimo