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I’m your Boogie Man (that’s what I am)

[Questo post esce solo adesso per ovvia incompatibilità emotiva con le settimane precedenti]

Ero un po’ arrabbiato.
Mario Balotelli, 28/06/2012

“Posa quel pallone e vai a letto, se no arriva l’Uomo Nero e sono affari tuoi”, disse la signora Badstuber.
“Non esiste l’Uomo Nero, mamma”, rispose il piccolo Holger.
“Non esiste finché non lo incontri, Holger”.

Quando Holger incontrò l’Uomo Nero, la Germania non stava giocando in casa ma in cortile, in Polonia. L’Italia s’era fatta due ore d’Inghilterra e un gol su azione in quattrocento minuti, aveva buttato in campo un fuoriruolo, due zoppi, due reietti e Andrea Pirlo, torcia nella notte, lampione nel ghetto, luce nel frigo. In un fascio fosforescente, la palla andò a far visita a Giorgione lo storpio, burattino senza fili sempre


Essere umani, sentirsi ridicoli

Forse un giorno, tra qualche decennio, saremo così fortunati da renderci pienamente conto di che calciatore sia stato Andrea Pirlo, e ci metteremo a ridere per settimane. In teoria, fino a ieri, il regolamento non scritto del gioco stabiliva chiaramente che, ai rigori, gli unici autorizzati a cambiare in positivo le sorti e l’inerzia della partita fossero i due portieri. Se sei un tiratore, puoi solo influire negativamente: sbagliando; se segni hai fatto il tuo (anche se è il rigore decisivo).

Pirlo no.

La situazione prima del suo tiro (per chi, pensando erroneamente di aver qualcosa di meglio da fare, non avesse visto la partita): l’Italia è indietro di uno, errore di Montolivo, il quale ha gli occhi di una tigre coi lucciconi.

Il suo tiro: un Panenka1 realizzato con classe, temperanza e


The lad is back in town

“It was a dream, a story you’d tell a young kid.”
Arsène Wenger

Ne è passata tanta d’acqua sotto il London Bridge. Quando arrivò, non si capiva bene che roba fosse questo Titi. Eppure aveva intelligenza, velocità, grazia e tecnica in abbondanza e armonia, e un tipo in panchina che sapeva vederle meglio di tutti. Sbocciò, crebbe, divenne un calciatore eccezionale e poi una leggenda. Dopo otto anni se ne andò per entrare nel tridente del primo Barcelona di Guardiola, vincere la Champions che si meritava e giocare in una squadra grande anche senza di lui: meno responsabilità, meno gloria, più sorrisi, più argenteria. Poi via, dai newyorkesi a tramontare, mostrando il suo talento per un pugno di dollari. Nel frattempo, a Londra, i


Segnare di testa

14/08/2011, Real Madrid-Barcelona, 44°
Ci sono calciatori che se il calcio non fosse esistito l’avrebbero inventato personalmente, e l’ultimo tra questi è Lionel Messi. Sarebbe caduta una mela e, invece di teorizzare la forza di gravità, Leo avrebbe controllato di petto, sbilanciato due pecore con una finta di corpo e tirato di collo sinistro a fil di pioppo, colpendo sulla nuca un qualche portoghese particolarmente irascibile.
Una delle qualità meno celebrate di Leo è la costante presenza mentale: non si assenta, è continuamente concentrato e reattivo. E lo fa naturalmente, senza sforzo alcuno.
Al Bernabeu si giocava l’andata della Supercopa de España, un boccone di quella abbuffata di clásicos che ci siamo fatti nei mesi addietro.1 Il Real è scoperto, la Pulce è lanciata a rete, Pepe staziona