Matteo' Post

Chi è che scrive questa roba?

“Who is writing this stuff?” si chiese l’uomo, fortunato, che commentava gli eventi di Manchester per ESPN. Se lo chiese dopo l’imponderabile rimonta in due minuti. Se lo chiese urlando, mentre il collega quasi afono biascicava un “oh my gods” catarroso e politeista che volveva forse solo cambiare argomento.

Perché lo sceneggiatore dello scorso weekend non esiste. E, se esistesse, sarebbe sorpassato, edonista, sadico, scontato. Qualcuno gli direbbe che questa roba ha smesso di funzionare negli anni Ottanta. Tutto è stato troppo, pagine enormi si sono voltate ovunque.

Alessandro Del Piero lascia Torino con lo Scudetto in mano, le lacrime agli occhi, il pallone all’angolino. Segna, esce, fa un giro di campo a partita in corso e la partita diviene l’anonima cornice di uno stadio che piange.


L’imponderabile

“Ciao, quanto stanno?” chiesi il 26 maggio di tredici anni fa, rincasando verso le 22.30.
“Matteo, corri! Ha appena pareggiato il Manchester United!”, disse mio padre.
Era il 91°. Mi vidi tutti i replay del gol di Sheringham e, mentre andavo ad appendere la giacca all’attaccapanni (da buon teenager, giravo in motorino), mi scoprii felice di potermi godere i supplementari sul divano con mio padre, che invece dalla cucina urlò: “Matteo, corri! Hanno fatto un altro gol!”
Il gol decisivo di una partita storica, e io me lo persi per ingenuità, per inesperienza: dando per scontato che non si potessero segnare due gol in tre minuti di recupero di una finale di Champions League.
Così intuii


Per una rivalutazione del minuto di silenzio

“Muore in campo il calciatore Morosini. I soldati italiani combatteranno con il lutto al braccio.”
roberto manunta su Spinoza

Le persone è sempre meglio rispettarle da vive che da morte – anche se la seconda opzione è infinitamente più facile – e la presenza di un defibrillatore a bordocampo1 sarebbe stata per Morosini, e per i suoi compagni e avversari, una forma di rispetto molto più opportuna dello stop di qualunque campionato.

Fermare il campionato, a prescindere dalle ragioni per le quali lo si ferma, è invece una mancanza di rispetto per chi lo segue, soprattutto per quelle tantissime persone che investono tempo e denaro nell’andare allo stadio, addirittura in trasferta. Farlo notare può provocare qualche accusa di cinismo, ma il punto resta.

Penso che, quando muore sul lavoro


Siamo i cattivi

“The inspirational tagline of Italian football: «If you destroy it, they will go away».”
Brian Phillips

In ogni luogo dell’Universo che sia popolato da esseri senzienti si rinnova costantemente, giorno dopo giorno, ora dopo ora, l’eterno, appassionante e incerto scontro tra le forze del Bene e quelle del Male.
Una delle declinazioni terrestri di questa tenzone riguarda il come si debba giocare il calcio, e un antichissimo e attualissimo dibattito – che non ho intenzione né possibilità di riassumere in questo post – ha portato la maggioranza dei follower del gioco a convergere su di un’opinione: se c’è una squadra in grado di rappresentare le forze del Bene, quella squadra esiste dal 2008 ed è il Barcelona.

Ora facciamo finta che non ci sia da discutere per settimane


Ora viene il bello

Due mesi, otto squadre, ognuna a sette partite dal titolo di campione d’Europa. Sono di sette paesi diversi e tutte hanno scritto pagine (o libri) della storia della competizione, a parte una, l’intrusa, che è anche l’unica a non essere ultracentenaria. Come Antonello Venditti, ben quattro sono nate sotto il segno dei Pesci. Solo due hanno delle serie possibilità di vincere. E stanno opportunamente in due parti diverse del tabellone, per la gioia di noi tutti.

Futbol Club Barcelona
112 anni, Sagittario
gioca al Camp Nou (99.354), Barcelona
vittorie: 4
finali: 7
probabilità di vittoria: 45%
capitano: Carles Puyol
top scorer: Lionel Messi (12)
in ascesa: Thiago Alcántara
in declino: Eric Abidal (forza!)

Il pallone è il loro e


Dio perdona, Riga no

Parabole, molte carriere sono così. C’è chi ha la fortuna di avvistarle appena iniziano la fase ascendente, c’è chi ha il fiuto di tenerle d’occhio fin da subito; c’è chi, per ammirarle, deve aspettare che raggiungano l’apice e si manifestino; c’è chi le perde di vista a un certo punto della discesa. E c’è anche chi, dopo averle scovate, apprezzate e smarrite, le ritrova perché gli piombano in casa come un meteorite, un amico ubriaco, una lettera d’amore.

È ormai da dicembre che il centravanti del neonato Audax Montevarchi è Christian Riganò, classe ’74, nato a Lipari (isola siciliana, praticamente un’isola al quadrato) come Franco Scoglio e il padre di Natalie Imbruglia1, dove è rimasto fino ai 25 anni a fare il muratore e il calciatore a


The lad is back in town

“It was a dream, a story you’d tell a young kid.”
Arsène Wenger

Ne è passata tanta d’acqua sotto il London Bridge. Quando arrivò, non si capiva bene che roba fosse questo Titi. Eppure aveva intelligenza, velocità, grazia e tecnica in abbondanza e armonia, e un tipo in panchina che sapeva vederle meglio di tutti. Sbocciò, crebbe, divenne un calciatore eccezionale e poi una leggenda. Dopo otto anni se ne andò per entrare nel tridente del primo Barcelona di Guardiola, vincere la Champions che si meritava e giocare in una squadra grande anche senza di lui: meno responsabilità, meno gloria, più sorrisi, più argenteria. Poi via, dai newyorkesi a tramontare, mostrando il suo talento per un pugno di dollari. Nel frattempo, a Londra, i


10 ragioni per amare questa stagione

1 – Il beffardo, o radioso, destino del Real Madrid.
Per un numero uno non c’è nulla di più amaro e umiliante dell’essere secondo. E, per talento e vocazione, il Real Madrid, Josè Mourinho e Cristiano Ronaldo vogliono e devono essere i migliori: senza il Barça di Messi e Guardiola lo sarebbero, senza alcun dubbio. Ma gli dèi del calcio si sanno divertire, e hanno posto le Merengues di fronte a un bivio vertiginoso: da un lato c’è la gloria del battere una squadra imbattibile, unica e immortale; dall’altro, l’ignominia del passare alla storia come i migliori secondi di sempre.
Così, mentre Guardiola continua a modellare la sua rivoluzione, Mourinho cerca di dimenticare che è la stagione del tutto o niente, del matar o morir. Perché il


O Doutor

“Interviewing Sócrates is a refreshing experience. In Brazil, footballers are usually shockingly underprivileged and uneducated. Yet Sócrates, while being atypical, is nevertheless distinctly and overwhelmingly Brazilian. His easygoing posture, his empathetic informality, his humor and the lilting music in his Portuguese are national traits, as well as an instinctive desire to expand strong convictions about football.
He just approaches the subject in a more intellectual way.”
Alex Bellos

“Il nome in se stesso non ha nessun effetto, ma è ovvio che dal momento in cui pensi: «Perché mio padre ha deciso di chiamarmi così?» capisci che tipo d’uomo egli fosse. Mio padre ha vissuto nella sua biblioteca. Così anch’io ho vissuto lì con lui. Ho letto una caterva di


Napoli-Juventus – Anteprima

Fu così che ci ritrovammo la più affascinante partita di questo inizio di stagione collocata al termine di un anonimo martedì di fine novembre. Magari, un paio d’anni fa, un Napoli-Juventus del genere sarebbe passato quasi inosservato, ma stavolta è diverso. Sarà un match bello e pesante, una vetrina per il calcio italiano – che ancora non si è capito se abbia la polmonite o il raffreddore.

Le squadre

Fin qui, la Juventus è stata la migliore del campionato, il Napoli la migliore italiana in Europa. Entrambe hanno un allenatore carismatico e sanguigno, un grande collettivo e una notevole dose di agonismo. Ma per il resto sono davvero molto diverse.

Il Napoli gioca da magnifica provinciale. Tiene il baricentro basso, sa chiudersi e soffrire in fase di non possesso, aspettando gli avversari per poi ripartire velocemente