La solitudine dei numeri 10

Brasil 2014 è esistito senza Neymar solo nei suoi primissimi anni. Chissà cos’ha pensato Neymar quando ha saputo, poco più che quindicenne, che il mondiale sarebbe andato a trovarlo a casa. “Lo giocherò io, con la 10, alzerò la coppa” avrà pensato, esattamente come diverse altre migliaia di ragazzini brasiliani che sognavano allora, nel 2007, la Seleção. C’è un fetta di popolazione, quasi di qualunque popolazione, che fa sogni di questo genere: ha un’età media piuttosto bassa, ed è un peccato.
Invece Neymar, il suo personaggio pubblico, non è mai esistito senza questo mondiale. Scorrazzava nel Santos e non aveva neanche la barba quando hanno iniziato ad affidargli il ruolo principale nella storia di questa vittoria – perché deve essere una vittoria, lo sai, vero, ragazzino?
Lui ha fatto davvero poco per sottrarsi a questa investitura. Dribbla da fermo come se fosse in velocità: esita, muove i fianchi, le ginocchia, le caviglie, la palla è lì, non si muove, la palla non c’è più, non c’è più Neymar, ti ha saltato, ciao. E si creano questi mini inseguimenti da poliziesco con lui che sfreccia puntando la porta tra sei, otto, dieci gambe avversarie che non lo prendono mai (se lo sfiorano vola), una calamita per difensori. Quando si libera del pallone fa la cosa giusta, il che significa che in quella condizione di slalomista inseguito lui è comodo, lucido, capace di dedicare una parte del suo cervello allo studio della posizione dei compagni, delle linee di passaggio, della gamba sulla quale appoggia il peso del portiere.

Ce n’è un altro così. Ma non voglio paragonarlo a Neymar, li voglio solo accomunare.
Messi, come ogni díez argentino degli ultimi 25 anni, non è mai esistito senza Maradona. E non appena il nome di Leo è stato degno di stare nella stessa frase con quello di Diego, ecco che cambiano i parametri di giudizio e spunta il totem che realmente fa di Maradona Maradona: Mexico 1986.
Nel 2006 Messi è il più giovane argentino di sempre a un Mondiale e potrebbe gentilmente sbagliare tutto: fa un assist a Crespo dopo 3 minuti dall’esordio, segna dopo 13. In Sudafrica la sua scalata alla figura di Maradona vive un corto circuito: el Pibe è in panchina. E se anche fosse stato un buon allenatore – e non lo è stato – la gloria che Messi avrebbe portato all’Argentina avrebbe inevitabilmente abbellito l’icona di Diego. Non sto dicendo che Messi abbia giocato male – non giocò così male – per far perdere Maradona (né il contrario, chiaro), ma che in qualche zona della sua testa la voglia di primeggiare, necessaria per arrivare fin lì, possa essersi scontrata con l’idea che ogni suo gol sarebbe stato un po’ merito di quell’entità semidivina che Leo sa di poter raggiungere, sostituire. Numero di gol di Messi in quel Mondiale: zero. Maradona fu esonerato poche settimane dopo la sconfitta dell’Argentina con la Germania, quattro a zero.
Questo, invece, è l’unico mondiale in cui, se Messi farà quello che ha fatto Maradona in Messico, avrà raggiunto qualcosa in più: perché questo mondiale è in Brasile e vincere in Brasile, per l’Argentina, è il modo per sedersi d’urgenza al tavolo dove si ridiscute la supremazia calcistica del Sudamerica. Del mondo, ci sarebbe da aggiungere.
Ma “fare quello che ha fatto Maradona in Messico” significa, nella percezione che ne abbiamo oggi, vincere un mondiale da solo. Saltando tutti, se opportuno. Ingannando tutti, se necessario.
Messi è così bravo che ha le potenzialità per farlo. È così assurdamente bravo che la gente si aspetta che lo faccia.

Vincere il mondiale da protagonista: questo, che per tutti gli altri è un sogno, è l’unico modo che Messi e Neymar hanno di non deludere.
Nella migliore delle ipotesi, ci riuscirà solo uno dei due.
È buon segno che gli dei del calcio, soprannominati fortuna, abbiano aiutato entrambi nella prima gravosissima partita. Quel sinistro strozzato di Neymar che finisce proprio all’angolino, ma soprattutto la mano di Pletikosa che si piega sul suo rigore decisivo. O la leggera deviazione – della quale è un po’ ingiusto ricordare, tanto è bello il gol – che manda il tiro a giro di Messi sul palo e poi dentro la porta della Bosnia, e lo lascia libero di sfogare la rabbia dopo 60 minuti, questi sì, giocati davvero male.
È buon segno perché hanno preso fiducia (la calma di Neymar sul quinto rigore, col Brasile intorno che era più fermo del pallone; la violenta certezza con cui Messi ha scaraventato in porta la palla vagante in area nigeriana), e la fiducia in un mondiale è molto importante e poco scontata: il torneo è breve, la sua attesa lunga e difficile. Si inizia ad aspettare un mondiale la sera dell’eliminazione dal precedente, anche se i suoi effetti iniziano a manifestarsi “solo” dall’estate prima, quella in cui inizia la-stagione-del-Mondiale, nella quale interi paesi si preoccupano per un calo di forma, fantasticano dopo una grande giocata, atterriscono a ogni infortunio. La stagione lungo la quale il marketing del calcio prova a mettere insieme il cast della storia, scegliendo attentamente i protagonisti. Neymar e Messi sono le stelle per i loro sponsor tecnici (rispettivamente: Nike e adidas) e per diversi altri brand. I volti dei due sono ovunque da mesi, su tutto il pianeta, li abbiamo visti e continuiamo a vederli. Il punto, qui, è che li vedono anche loro. Qualunque canale televisivo, sito web, aeroporto, tragitto in autobus gli sbatte la loro faccia in faccia. Sono mesi che Neymar e Messi non possono sfuggirsi, come se vivessero in una eterna casa degli specchi che riflettono solo la loro versione migliore, perfetta, vincente.

Se si possano davvero abituare, se ne siano intimiditi o se finiscano per credere di essere le loro rappresentazioni, lo sanno forse i loro psicologi sportivi, non noi. Ma c’è una cosa che sicuramente gli specchi non riflettono mai: è la squadra, sono i loro compagni. Rimossi, come fosse un torneo di tennis. Messi e Neymar sapranno prescindere dal resto, dallo stato di forma di Mascherano, dal livello di concentrazione di David Luiz. Dovranno farlo, o avranno deluso. Anche questo ci si aspetta. E dovranno farlo indossando – o meglio: interpretando – il numero Dieci, un numero lontanissimo dal resto, che al di là della sua storia, dei precedenti interpreti, di tutto il misticismo, è un numero che può dare e togliere più di ogni altro, che solleva o zavorra, con quell’uno solitario accanto a quello zero circolare, perfetto eppure vuoto. È un numero che ti offre l’unicità e insieme ti ci costringe. Nel Barça Neymar ha l’Undici ed è chiaramente un altro giocatore, con un’altra gravitas, a prescindere dalle prestazioni. Lo stesso valeva per Messi quando il Dieci blaugrana lo portava Ronaldinho.

Neymar before Neymar (cliccando sull'immagine c'è lo spot, bello)

L’unicità, all’interno di una squadra, è sempre complicata. Figuriamoci in questi giorni, inediti e irripetibili anche per loro. Lo sport mette in situazioni pazzesche gente che raramente sa come raccontarle. Quindi tocca immaginare, che è anche più bello, e io penso si sentano diversi, che si aspettino molto dai compagni, molto di più da se stessi. Che i compagni lo sappiano e se ne siano fatti una ragione.

Il mondiale è ben più grande di loro, comunque. Tragedia che contempla la speranza, potrebbe spazzarli via entrambi in poche ore, coronare altri sforzi, altre storie. E alla fine vincerà una squadra, come sempre. Non è tutto in mano loro. Lo sarà stato dopo, perché ci piace raccontarla così. Questo vuol dire anche che, tra i due, potrebbe non vincere il migliore. Ma, davvero, non voglio paragonare Messi e Neymar, li voglio solo accomunare, non fosse altro perché si accorgano che non sono soli. Che la cosa più vicina che hanno è un avversario.

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