Rendiamoci conto

There’s nothing quite like a World Cup.
Michael Owen

L’apparecchio per i denti, i denti da latte, i nonni, le mestruazioni, il motorino, il sesso, l’amore, qualcosa del genere, dieci chili in meno, la lira, senza una lira, senza un lavoro, la barba, le magliette originali, le edizioni speciali dei videogiochi – o aggiorniamo le squadre? –, i compiti estivi, le cravatte, le zanzare, le cicale e l’estate nei suoi primi giorni, fatta apposta per immaginare i caroselli. Prendetele tutte le vostre estati e dividetele per quattro. Resta la vita durante i Mondiali. Il mondo che gioca, ma non tutto. Queste non sono le Olimpiadi, non c’è nessun diritto se non per l’ospite. E per andare a trovarlo serve oscura fatica, e fregarsene dell’insofferenza di chi rivorrebbe il campionato. Ma quanto è bello adesso esserci. Quanto è coinvolgente aspettare, dispiacersi per Pepito, festeggiare per Verratti, studiare gli avversari in amichevole e sui siti stranieri (oh, Suarez come sta?).

Non l’ha mai vinto l’URSS, gli USA massimo terzi l’anno dopo il ‘29, Cina e India non hanno chances per i prossimi trent’anni, a stare prudenti. Il Mondiale ha attraversato e sofferto la Storia, eppure l’albo d’oro è astorico – la Spagna nel 2010? Stiamo scherzando?? – e la sua mondialità non discutibile.

E non c’è torneo che si saldi così bene alla nostra vita. È sporadico e quindi epocale. Mi ricordo dov’ero l’11 settembre e nel momento del gol di Vieri alla Norvegia. Mi ricordo di me, e di alcuni di voi, per ognuno dei sei mondiali di cui ho memoria. Le diverse versioni di me e di voi. Col Mondiale si è portati a fare un bilancio.

Mi piacciono i riti collettivi perché fanno tornare a galla l’appartenenza. Ma al contrario di un’elezione o di un qualche festival/talent/reality, qua abbiamo tutti lo stesso desiderio. Tranne quelli che scelgono di tifare contro, o di tifare Belgio, perché non gli va bene qualcosa, o quasi niente. Quelli che snobbano il Mondiale come se fosse normale che l’Italia non sia assente dal ’58. Io non riesco a immaginare cosa si possa provare a non esserci, come un pendolo che manca un colpo. Né la gioia di chi finalmente ci rientra, come la Colombia, tornata dopo 16 anni, o la Bosnia esordiente assoluta. Non credo saranno molti i bosniaci a tifare Belgio. Non che il tifo sia obbligatorio, ci mancherebbe: però a quel punto il disinteresse, grazie.

Starne fuori è inimmaginabile, uscire molto meno. Usciremo, come tutti tranne una. Sarà doloroso. Sceglieremo dei colpevoli. Torneremo sulle nostre occasioni, immaginandole colte. Eppure ci crediamo, perché questo benedetto sport ti ci fa credere sempre: è possibile, l’hai già visto succedere. E non succede, ma c’è sempre quel ma che ci tiene vivi: il Mondiale è una tragedia che contempla la speranza. Lo sappiamo già e non vediamo l’ora di dimenticarcelo.

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2 Comments

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  • bellissimo complimenti

    viola75 3 anni ago Reply


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