Alibi

Perché Baggio richiede dedizione, a Baggio non puoi far domande, e il tuo amore non sarà mai equilibrato,
perché non importa quanto puoi star male tu, quello che soffre sarà sempre lui.

Matteo Salimbeni e Vanni Santoni, L’ascensione di Roberto Baggio

 

 

La vittoria è un fatto collettivo. I suoi racconti sono in genere abbastanza simili e ci si possono trovare un sacco di piazze, folle, fontane, clacson, abbracci disordinati e un generale incremento del contatto fisico tra le persone.

La sconfitta invece è un’elaborazione individuale, interiore.

Non solo: la vittoria la si accoglie nella sua totalità, la sconfitta vuole essere rielaborata.

Col rigore di Baggio io sono arrivato quasi subito a questa conclusione: non era importante. Ve ne voglio parlare perché è appena ricicciata Forza Italia – non credo fosse tra le primissime cose che voi sospiranti nostalgici avreste voluto indietro dal tempo, ma tant’è, eccocela – e il rigore di Baggio è stato rievocato occhi al cielo a più riprese. 1994 è Forza Italia e Baggio, due nomi scritti nella storia degli shock emotivi del nostro Paese, separati da pochi mesi, allacciati da una scelta di naming politico di invadente efficacia. Poi ci sono i libri e i documentari, ma la nostra pancia ha registrato quei due nomi: ora che è tornato il primo, eccoci (ed eccomi) a parlare del secondo.

Non era importante perché Baggio era il mio idolo e a 11 anni ero ancora troppo piccolo per accettare un idolo così oscenamente fallibile. Ma soprattutto non era importante perché avevamo già perso, e a Roberto Baggio era rimasto solo da scegliere come.

Baresi aveva sbagliato il primo rigore e già compromesso quasi tutto. Non tanto con l’errore, a quello c’è e ci fu rimedio, perché Pagliuca parò il successivo a Marcio Santos. Franco Baresi, 34 anni, capitano, tornato incredibilmente in campo 25 giorni dopo essersi rotto il menisco con la Norvegia, protagonista di una finale strepitosa, aveva reagito terribilmente a quel suo tiro troppo alto. La sua gamba d’appoggio, la sinistra, leggermente piegata per permettere alla destra di calciare, non si raddrizzò mai. Baresi iniziò a cadere in ginocchio, sconfitto, subito dopo aver colpito – e capito di averlo fatto male – la palla. Mani in faccia, poi a terra, fissando l’erba di Pasadena. Solo dopo qualche parola di Taffarel, Baresi aveva trovato la forza di rialzarsi e andare a disperarsi un po’ più in là. Era il primo rigore e la sensazione di sconfitta, per me undicenne, era fortissima. Ma credo fosse forte anche per gli altri, compresi gli azzurri che aspettavano di tirare. Da lì in avanti, e nonostante i brasiliani sbaglino immediatamente anche loro, l’Italia non compete, ma resiste. Come se non potesse vincere, ma solo durare.

Ditemi voi se non vi sembra l'immagine di una sconfitta

Massaro fu il quarto, sul 2-2. Ci mise quindici secondi solo per sistemare il pallone sul dischetto e, nel mentre, chissà quante volte ha cambiato idea su come calciare. Aveva avuto la migliore occasione della partita, Massaro, e se l’era fatta bloccare da Taffarel. Il suo fu il tipico rigore sbagliato: apri il piatto per piazzarla, ma mentre calci vieni assalito dal bisogno di accertarti che non vada fuori per niente al mondo, ché il rigore è importante, e a quel punto chiudi un po’ di più il tiro, appena un po’, e la regali al portiere.

Poi segna Dunga, 3-2 Brasile, e tocca a Roberto.1

Roberto era il più forte giocatore del mondo. Di conseguenza, era il principale imputato, ancor più di Sacchi, nel processo che il Paese stava per celebrare fino a due minuti dalla fine degli ottavi di finale del mondiale, quando Mussi vince un rimpallo in area nigeriana e scarica per il piatto perfetto di Roberto. Il pallone passa preciso nello spazio tra il tacco di un difensore e il palo. È il gol del pareggio, ma abbiamo vinto, perché Roberto è libero. Sarà lui a lanciare in area Benarrivo nell’azione del rigore che, sempre lui, trasformerà. Sarà ancora lui ad ammazzare la Spagna in contropiede e ad accompagnare la Bulgaria alla finalina con quei due gol magnifici in semifinale.

Quando va sul dischetto lo sa che abbiamo perso. Lo sa già. Potrebbe segnare e lasciare al Brasile la festa del rigore decisivo. Lasciare a Massaro e Baresi l’infamia. Lasciare a se stesso ben pochi rimpianti e a noialtri il rammarico di non avergli saputo mettere intorno una squadra alla sua altezza. Segnare, tornare nel cerchio di centrocampo a simulare una speranza e poi a sperare, questa volta davvero, che la regia americana avesse pietà delle sue lacrime.

Ma lui invece sbaglia. La tira fuori, per essere sicuro di sbagliare. E la chiude lì, davanti a tutti. Condanna anche i brasiliani a ricordarlo per sempre, ad associare la loro gioia al suo volto stanco e finale.

Succedono due cose: quel rigore si contrappone al calcio sensazionale giocato da Baggio in quel mondiale, e lo completa. Non potendo prendersi la coppa, Roby si prende l’intero torneo: adesso lui è nadir e zenit di USA ’94. Baggio non è arrivato secondo, ma contemporaneamente primo e ultimo, da solo.

E poi quel rigore solleva la squadra dalla colpa. Baresi, Massaro, Sacchi: ha sbagliato Baggio, noi che cos’altro avremmo potuto fare?

L’unica cosa, l’unica davvero, è che quando ci siamo ritrovati da soli a rielaborare quella sconfitta, abbiamo accettato tutti l’assist invitante di Roberto, semplificandone la storia. Così, quasi venti anni dopo, si legge che quello era il rigore decisivo. Che se solo avesse segnato, saremmo stati campioni.2 L’Italia ha perso la finale, Baggio ha sbagliato. Il secondo evento è più grande del primo, ma invece di oscurarlo ne diventa la causa.

Ma il processo non si celebra, perché Roberto aveva troppo dei nostri cuori perché potessero condannarlo davvero. Si è preso tutta la colpa, perché sapeva che avrebbe ricevuto la grazia. Lo abbiamo amato ancora di più. Con le mani sui fianchi, tra i brasiliani che si abbracciano e gli azzurri seduti a terra, ognuno nella sua solitudine.3

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1 Credo che il senso di Dino Baggio, nella storia d’Italia, sia stato quello di spingerci a un’intimità ancora maggiore con Roberto, costringendoci a chiamarlo col suo nome di battesimo (Pizzul, il nostro narratore, per primo). Ne sono convinto per due ragioni: per prima cosa, Baggio è un cognome abbastanza raro e – guarda un po’! – nel calcio spunta un altro Baggio proprio durante la carriera di Roberto, e che addirittura gioca per le due stagioni precedenti USA ‘94 nella stessa squadra di Roberto (la Juventus) ed è abbastanza bravo da stabilirsi anche in nazionale, senza però mai arrivare neppure a mettere in discussione il primato assoluto di Roberto, né sul campo, né nei nostri cuori. In secondo luogo, Dino è un nome davvero troppo corto e troppo brutto per essere autosufficiente: Dinobaggio era l’unica possibilità, lasciando Roberto totalmente inequivoco.
Qualche anno dopo, sempre negli Stati Uniti, sempre di fronte al mondo, Sophia Loren aprirà una busta e griderà commossa “Roberto!”.  E credo che quel nome, oltre a Benigni, per qualche inconsapevole istante ci abbia suggerito molte altre cose fugaci, tra cui un codino, delle scarpe Diadora, una storia di amore e (quindi) patimenti.

2 La Wind ci ha fatto addirittura uno spot, senza alcun pudore, né logica.

3 La storia dell’altro uomo del ’94, Silvio, è curiosamente simile e opposta. Roberto è innocente, si è fatto condannare solo perché potessimo graziarlo e salvarci dalle nostre mancanze, dalle rigidità e dalle pavidità. Silvio è colpevole, ha infranto la legge e non ha salvato l’Italia. Eppure ha passato vent’anni a sgomitare per farsi assolvere, dal popolo e dai giudici. Ci è riuscito poco e male, a un certo punto si è come inasprito, incupito, ha pure smesso di parlare di ottimismo. Come se non potesse vincere, ma solo durare. La concessione della grazia è stata la vera differenza: automatica per Baggio, mai e poi mai per Berlusconi (per una parte sufficientemente ampia di noi).
Ah, già: noi. Ci siamo anche noi, eccoci qui, gli unici veramente innocenti, ancora nascosti dentro a quel rigore insignificante, dietro al nostro scherno e alle nostre dita puntate, a dirci per vent’anni che senza di loro, senza il loro errori, avremmo potuto davvero vincere. Ma c’è qualcuno che ci abbia mai creduto per davvero?

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