Roma, ottobre 2013

Fino a quando il calcio sarà un gioco, come facciamo a diventare grandi?
Marco Simone

«L’altro giorno sfrecciavo in motorino dalle parti del gasometro a ornamento di un mediocre tramonto postindustriale, e vedo, anzi: intuisco, questo piccione scellerato lanciatomisi contro per farla finita, tutti e due, oggi stesso. Non so se gli avessi fatto qualcosa. Fatto sta che io chiudo gli occhi, e in quel momento in cui non sono proprio chiusi, ma resta quella fessura parzialmente ostruita dalle ciglia in cui l’immagine sembra un filmato del 1910 aperto full screen da YouTube, vedo Daniele De Rossi. Vedo Daniele De Rossi in spaccata che rinvia quel cazzo di piccione ben oltre Garbatella, e poi più niente, strada libera, tramonto sempre mediocre, solo il pulsare in lontananza di un vaso sanguigno particolarmente sanguigno. Mattè, che ne pensi?»1

Me l’ha scritto ieri un mio amico su Whatsapp. Uno che porta avanti una battaglia contro l’inaridimento del linguaggio nei sistemi di instant messaging, e che tifa Roma.

E vedi, mamma, qui a Roma sono giorni un po’ così. La crema dei cornetti è sempre la stessa, e anche il tintinnio delle tazze sui piattini. Ma il modo in cui quel tipo là stravaccato apre il giornale, quello è insolito. Come se già sapesse cosa sta per leggere, eppure avesse paura di non trovarlo.

I tram, certi tram, hanno preso a sterzare in modo strano. Quasi emulassero un proprietario terriero brasiliano che si è comprato un appezzamento allo stadio Olimpico, una striscia laterale; ci passa il tempo pendolando tra i visitatori occasionali: nessuno è il benvenuto, lui li porta a spasso tutti, madidi e intimoriti passeggeri di un tram carioca con capolinea indefinibile.

Se tu fossi a Roma, probabilmente non ci sarebbe bisogno di spiegarti niente. Lo sentiresti quello che sentiamo qui noi a cui capita, per sbaglio o per stanchezza, di fermarsi a considerare le persone intorno, come stanno, come ci fanno stare, come ci cambiano le giornate, un pezzettino per uno.

Nelle mie, come in quelle di molti altri, c’è tutto un giro di conoscenti romanisti coi quali, se parlo, parlo di calcio. Di recente alcuni mi sentono arrivare, percepiscono me e il mio incedere e lo interpretano come una sovrapposizione, credo. “Ciao Matteo”, e poi, solo dopo, si girano e mi guardano, a cinque metri, che rallento un po’ turbato e rifletto se non sia quella la percezione dello spazio e del movimento dei corpi che ha #francescototti, temporaneamente estesa ad alcuni suoi tifosi attraverso qualche transfert psicanalitico che non afferro.

Altri li incrocio che veleggiano sospesi e passando ammiccano. Non si fermano quasi mai. Ammiccano e hanno già detto tutto quello che mi volevano dire, cioè niente di chiaro. Non lo sanno neanche loro cosa dire: vogliono esultare; vogliono ridere; vogliono sotterrarsi, sparire, andare in letargo e svegliarsi a maggio. Non lo sanno, e lanciano allegre supercazzole con gli occhi.

Qualcuno invece, forse più denso e consapevole, ha proprio perso gli automatismi quotidiani.

“Come va?”

“Eeeeh…”

Non “bene”, né “non c’è male”, ma un sospiro e uno sguardo che hanno dentro un’epopea normanna, un boato, un pianto, quattro o cinque poesie di Trilussa e una versione unplugged del Porompompero.

La Roma è prima in campionato, mamma, e fin qui, e per qualche altro giorno almeno, ha vinto tutte le partite dell’anno.

Me lo ricordo che dicevi “sono-solo-22-bischeri-che-rincorrono-un-pallone”, e mi sentivo bischero anch’io che stavo bene o male a seconda di dove andava, quel pallone. Eppure le conseguenze di ciò che accade sui campi da calcio hanno sempre immancabilmente annientato il tuo cinismo positivista. Magari dalla tua prospettiva hai anche ragione, ma che importa se quasi nessuno la vede da là?

La Roma stavolta è sorprendentemente bella e forte, dopo due annate di disastrose velleità finite sotto un tappeto. Nessuno si aspettava che le cose potessero iniziare così bene, e così io esco di casa e, insomma, c’è qualcosa della primavera in giro, e ti ricordo che è ottobre.2

Semplicemente, da circa un mese molte persone di questa città sono più piacevoli da incontrare. Sono periodicamente ravvivate da gioie sempre meno inaspettate, sempre più cariche della promessa di una smisurata gioia finale. Insomma, sono felici. E come tutti i felici, neanche lo sanno (noialtri invece sì, e ce ne gioviamo).

Ora, hai tutto il diritto di dire che questo è completamente privo di senso. Anzi, sono d’accordo: non ha nessun senso che l’umore di una metropoli dipenda anche solo parzialmente da dove va un pallone. Assolutamente nessuno. È imbarazzante, è fantastico. Che cosa dice di noi?

Ma il dato qui è questo stato di trepidante grazia e di felicità, non come lo si è raggiunto. E la domanda da farsi, quindi, è se una volta arrivati alla felicità, la strada fatta conti qualcosa. Si può essere felici per un motivo sbagliato?

No, la felicità non vuole spiegazioni, né premesse. Non che non ne abbia, sono solo irrilevanti, una volta lì. E possono portartici anche undici bischeri, se glielo consenti. Molto più di rado di quanto non promettano, certo. Ma tu ci vorrai credere ogni volta, più di quanto sia ammissibile. Perché «chi è felice ha ragione», mamma. Chi è felice ha ragione. E che non capiti spesso lo sa bene ogni tifoso, credimi.

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Foto presa qui.

1 “Penso che #staiaddumila. Goditela!” ho risposto io che con quella sua battaglia non ho niente a che fare (poi, sì, ultimamente ho preso a usare hashtag anche al di fuori dei social network. Hanno una certa bizzarra efficacia. Se lo fate anche voi ditelo, parliamone. Io non voglio smettere).
2 Precisazione importante: quando era effettivamente primavera, tipo il 26 maggio, è stato abbastanza chiaro che in questa città c’è anche la Lazio, decisamente più chiaro che in questo post. Aò, so’ scelte narrative.

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