Die Zukunft ist Deutsch (für eine weile)

Si erano nascosti dietro alla Liga. Non se ne accorse nessuno per troppo tempo, e poi fu troppo tardi. Io iniziai a sospettarlo mentre guardavo uno stanco Clásico pomeridiano, avevo mangiato pesante, o forse fu l’irritante qualità dello streaming, ma iniziai a valutare l’ipotesi che ciò che avevo di fronte non fosse l’apice del calcio mondiale. Stentai a crederci, quello sì. Dov’era andato, lo Spirito del Football?

Che fosse in Germania divenne chiaro a tutti quando il pronostico unanime della finale spagnola fu sgretolato dagli eventi. Lewandowski, Rolls Reus e l’ennesimo Super Mario di questi tempi avari di Luigi sacrificarono il Real Madrid nel tempio del Westfalenstadion, slabbrandone la difesa come un frustino di titanio. Nel ritorno al Bernabeu, los Blancos fecero due gol appena in tempo per aggiudicarsi il massimo dei rimpianti.

Il tiqui-taca del Barcelona fu invece vittima di uno dei più terrificanti episodi di bullismo sportivo che si ricordino. Un’escalation di violenza nella quale, a ogni gol, aumentava la ferocia con cui i bavaresi cercavano il successivo, con quella irragionevole foga che porta alla sesta pinta dopo le prime cinque.

La finale fu giocata in fascia protetta per evitarla ai bambini. Sommersa da migliaia di tedeschi, Londra atterrì come in quel periodo storico che non credo di voler davvero utilizzare come paragone, tanto ci siamo capiti. Tutti i teutonici del mondo erano su di giri in modo allarmante, soprattutto da quando si erano resi conto che, con due squadre tedesche in finale, stavolta non l’avrebbero persa di sicuro.

Tale scoperta, peraltro, destò così tanto entusiasmo che ci fu addirittura chi propose di dividere nuovamente in due la Germania, in vista del Mondiale. Poi qualcuno esclamò “finiscila con queste stronzate, Breitner!” e l’idea venne accantonata.

Vinse il Bayern, nonostante gli otto rigori sbagliati da Robben.

Ora, il fatto qui è che Guardiola vive da sempre due passaggi avanti rispetto al resto di noi. Ai tempi in cui Mourinho gli spianava contro tutto il suo repertorio di media tricks, Pep aveva già sul comodino La critica della ragion pratica rilegata in oro dei Nibelunghi. La legge morale in sé. Il cielo stellato, quello delle sue notti di Champions.

E le ambizioni utopiche di Pep Guardiola, a Monaco, si incontrarono coi professionisti dell’ambizione. Se la Spagna era felice della sua idea immediata e vagamente infantile di dominio (impedire all’avversario di toccare la palla, ridurlo a proprio inseguitore per novanta minuti), la Germania aveva propositi di più ampi orizzonti, brame di espansionismo sportivo. Avere la palla non era il fine, ma il mezzo per prendersi la partita. E prendersi la partita, ogni partita, non era il fine, ma il mezzo per conquistare il gioco.

Il Bayern metteva in campo una produzione di segnature in serie a intervalli temporali stabiliti secondo un preciso decadimento geometrico: primo gol dopo 40 minuti, secondo dopo altri 20, terzo dopo 10, quarto dopo 5, e così via. Gli avversari si arrendevano attorno all’80°, sotto di quindici o settemila gol a seconda del momento esatto in cui uscivano volontariamente dal campo.

Il mondo del calcio osservava impietrito. Alla neonata supremazia tedesca erano bastati i primi venti minuti di precampionato per attirarsi l’antipatia dell’opinione pubblica. Al settantesimo era già uscito in formato  e-book il primo saggio contro il calcio germanico, mentre al fischio finale della Supercoppa Europea, nella quale Guardiola tramortì il Chelsea di Mourinho (Cech giocò il secondo tempo con un casco integrale, per dire), tutti i siti europei parlavano di “fine del calcio”. Nei giorni successivi, molti tentarono inutilmente di appassionarsi a competizioni per le quali i tedeschi non erano portati, tipo Masterchef e i racchettoni da spiaggia.

Ma era solo l’inizio. Approfittando di un vuoto normativo (o, più verosimilmente, del fatto che a giugno in Lega Calcio non c’era assolutamente nessuno), il Bayern si iscrisse anche alla Serie A italiana. La doppia stagione sembrò elettrizzarli. Giocavano il sabato a Catania, la domenica in casa con lo Schalke, poi il mercoledì in coppa. Si allenavano principalmente in aereo, l’enorme aereo a forma di stadio messo a disposizione dal club. Vinsero tutto. Poi fecero valere l’iscrizione alla Serie A come precedente vincolante e la stagione successiva il Bayern fu campione di Inghilterra, Spagna, Italia, Portogallo, Russia, Francia, Olanda, Turchia e Svizzera. Arrivò secondo in Austria, dove giocò il campionato con soli 8 calciatori della primavera femminile. Ciò gli consentì di qualificarsi anche per l’Europa League. La Supercoppa Europea 2017 fu vinta dal Bayern in un’avvincente finale contro se stesso. I tifosi sugli spalti cantavano “ora la Libertadores”. La Fifa aveva paura.

In quegli anni, molti si convertirono al germanesimo, quasi tutti per inconfessabile ma evidente timore reverenziale. Anch’io fiutai presto il clima e scrissi un post sul tema, rispolverando il blog dopo qualche mese. Dimentico delle credenziali, effettuai l’accesso urlando PASSWORT IS NUTZLOS, ZIEGE!, e subito WordPress mi diede il wilkommen con un font piuttosto amichevole. Poi scelsi un titolo in tedesco, nonostante io il tedesco non lo conoscessi per niente.

Tutto era perduto, insomma, il calcio era dei crucchi. Finché una sera il Bayern perse, brutalizzato in un quarto di finale di Champions. Benché nessuno lo avesse previsto, tutto avvenne in un’aura di strana normalità, come fosse il compimento di un processo fisiologico. Sui volti dei tedeschi, assieme a stanchezza, stupore e delusione, si intravide una punta di sollievo.

Molte cose si potrebbero dire sulla squadra che li vinse, ma l’unica che abbia senso riportare è che parlava la lingua di quel libro che, ormai da mesi, stava sul comodino di Josep Guardiola. Che ha sempre avuto più chiaro del resto di noi un concetto cruciale: il football si muove, non ha padroni; il football ricomincia da chi sa portarlo un po’ più in là, da chi ha più voglia di giocarlo bene, meglio di tutti. Ed è una voglia passeggera, come ogni fenomeno umano. “Per questo Alex Ferguson era un marziano”, disse un giorno Guardiola a un bambino che calciava per strada una palla di gomma, con indosso una vecchia maglietta di Paul Scholes, “fu lui a lasciare il football. Il football non lo lasciò mai”.

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