Il più bravo

Qualunque cosa noi diciamo, non gli interessa.

In un ristorante di Giacarta, qualcuno ripete che gli manca il destro. Lui è a oceani di distanza e sta già andando sul sinistro, sempre e solo sul sinistro. Quando gli aprono smaccatamente, ingenuamente la strada per il destro, la imbocca così rapido da conquistarsi lo spazio per tornare sul suo piede. Altre volte niente, tutto lo allontana dal tiro mancino verso quello sbagliato, e si assiepano gli sciocchi a pensare meno male e poi un tocco sotto, un rasoterra asciutto, una bordata sotto la traversa ricacciano loro indietro il pensiero. Se non usa il destro è perché può scegliere il sinistro, non perché non ce l’ha.

È troppo piccolo, s’impunta un botanico di Utrecht. Lui, più a sud, sta squassando una difesa palla al piede. Corre come se non avesse il pallone e lo tocca come se fosse fermo. Finta la sterzata esterna, allude al rientro con l’anca, la spalla, la testa, lo sguardo, ma inchioda invece, tutto gli scorre avanti, e si prende lo spazio per osservare i suoi marcatori che cercano di non cadere. Dove siano i compagni già lo sa: filtrano nelle fresche crepe della retroguardia come pioggia dopo un terremoto. Un piccolo terremoto.

Perché tu ti fermi ai gol. Vogliamo contare gi assist? incalza un impiegato di Cape Town in pausa pranzo. Anzi, vogliamo contare tutti i passaggi prima dell’assist, quando imbecca l’esterno in area, dopo aver sconvolto la mediana? A volte va a riprendersi il passaggio, più spesso ci vanno Cesc, Pedro, Xavi. Ma chi è che ha fatto il gol, se non lui?

È che non rientra, azzarda un bartender di Galway mentre il Barça è impegnato a Mosca sui suoi schermi al plasma. Nessuno ribatte, tutti, troppi, guardano sempre e solo il pallone, e lui intanto chiude linee di passaggio, pressa centrali, rallenta terzini. Solo due spagnoli, seduti al bancone davanti a due Bushmills, si raccontano ancora di quella volta che ridusse Agüero a icona sbiadita di un Diez albiceleste.

No, seriamente: toglili il dribbling, il tiro, la visione di gioco, il passaggio. Ne esce comunque un terzino interessante.

Toglili anche la corsa, dai, resta una rogna di mediano argentino da scrollarsi a cazzotti.

Giunge un inglese.

Ragazzi, lo sapete benissimo qual è il punto: la nazionale. Fin quando non vince con quella gli mancherà sempre qualcosa.

Gli spagnoli lo osservano con l’aria di chi sa cosa vuol dire vincere con la nazionale.

Voi inglesi avete l’ossessione dei trofei, si inserisce un’americana.

Guarda che non è paraguaiano. L’Argentina è una squadra che il trofeo lo può vincere sempre, è una signora squadra.

Sono d’accordo. A parte una difesa orribile, un allenatore inadeguato e una guerra civile nello spogliatoio, nel 2010 era una signora squadra.

Sembra sempre tutto sbagliato quando si perde male.

E raramente si perde male quando va tutto bene.

Senti, d’accordo, la nazionalità non si può scegliere, ma converrai che poteva andargli peggio. O no?

Convengo sulla conclusione, non sulla premessa: lui ha scelto.

In che senso?

Nel 2004 ha rifiutato di giocare per un’altra nazionale. E non una qualunque: era la Spagna. Ecco, te la immagini adesso questa discussione, avesse giocato nella Spagna? Staremmo solo qui a sentirci fortunati, ad ammirare il più bravo di tutti. Che poi è quello che dovremmo fare, secondo me. Anche se discutere è bello, e lui gioca lo stesso. Qualunque cosa noi diciamo, non gli interessa.

Gli spagnoli annuiscono con aria grave, l’inglese si porta la pinta fin sotto i baffi, poi si voltano tutti di colpo verso lo schermo perché lui è da solo verso il portiere. Lo salta, qualcuno tenta di ricordare almeno un portiere che non si sia fatto saltare, ma niente, sarà la birra, sarà questo chiasso celebrativo di un gol a Mosca a porta vuota.

Niente.

Nonno, è il più bravo? chiede un bimbo di Rosario dalla sponda del Paranà.

Hai ragione, fa il nonno. Ma lui non gioca per risponderti di sì. Sente la tua domanda, ma la dimentica inseguendo un pallone, uno spazio, un avversario. La dimentica perché non gli serve a niente.

Al di là del calcio, Maradona è stato i suoi demoni, Pelé il suo brand. Al di là del calcio, lui non esiste perché nient’altro desidera, nient’altro gli manca. Il calcio non è lui, ma non c’è niente di lui che non sia calcio. Perciò è il più bravo a questo gioco. Oltre il talento, oltre i trofei, a innalzarlo è la sua silenziosa, incrollabile devozione.

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