4 luglio 1998, Stade Vélodrome, Marseille – 89′

“È sempre un piacere incontrarla”, mi disse l’educatissimo sinistro di Frank de Boer.

“Piacere mio”, risposi con totale sincerità. È sempre stato un vero piacere incontrare il piede sinistro di Frank. Era squisito, fermo e accurato: mi ha sempre indirizzata bene. È con quello scorbutico del destro che ho spesso avuto frustrazioni. Fortunatamente non c’era quasi mai.

“Che dice, ce li facciamo questi supplementari?” feci io.

“Potessi eviterei”, e intanto mi toccava pian piano in avanti, più per tenermi sveglia che per portarmi davvero da qualche parte. “Sa, sono un po’ stanco, siamo con due piedi in meno, e gli argentini è bello vederli tristi improvvisamente”. Mi sconfortava, a volte, con la sua schiettezza calvinista.

“Anche Ortega si è preso un rosso però.” Che ubriacone quell’Ortega. Un inutile seduttore. Mi lusingava, mi piedeggiava con arte e vigore e poi spariva per intere mezzore. Intere stagioni, a volte. Pensare che me lo presentarono come l’erede del Pibe, quei cretini dei giornalisti. Oh, il Pibe. Se mi metto a parlarvi di lui, non finisco la storia.

Quello che dovete sapere è che io ero vestita quasi tutta in bianco, ché in Francia l’eleganza è importante. Mi avevano già messa in rete due volte e non vedevo l’ora che succedesse di nuovo, magari ripetutamente, durante i supplementari. Nei rigori non osavo sperare: si sarebbe giocato per segnare.

“Allora la saluto. È stato, ancora una volta, un piacere.”

“Piacere miiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii…” Che spasso i lanci del sinistro di Frank. Appropriatissimi, sempre puliti. E poi non riuscivo mai a capire subito quanto durassero, né da chi sarei finita. Pensavo Kluivert, il più adatto a gestirmi mentre ero per aria, però ero troppo lunga per Kluivert. Infatti, ruotando all’indietro, mi stavo facendo cinquanta metri, e dieci in altezza, verso Dennis Bergkamp.

“Vieni qua, piccola. Non sei mai stata così bella.” Il destro di Dennis era completamente pazzo. Un po’ anche il sinistro, a dire il vero; ma il destro era qualcos’altro. Non lo dava a vedere, ma me l’aveva confessato spesso. Anzi, era tra i suoi argomenti preferiti. Era una follia latente e ben controllata, la sua. Mi preannunciava dei colpi che non avevo mai provato e io lo so che non li dimostro, ma ho centocinquant’anni, mi dovete capire: se trovo qualcuno capace di darmi sensazioni nuove, non voglio lasciarlo più. Certo, non sempre all’annuncio seguiva un’adeguata realizzazione: a volte il destro di Dennis sbagliava, altre cambiava idea, altre ancora s’inceppava nell’incertezza e mi faceva innervosire. Ma se mi ero messa elegante era soprattutto per quelli come lui, i trendsetter dell’eleganza stessa.

“Ti ho preparato una sorpresa”, disse il destro di Dennis mentre mi trasformava da proiettile rotante in un prolungamento di se stesso. La vertigine del lancio mi rende irrequieta, selvatica. Essere domata così, con quel garbo e quella fermezza, per me sarà sempre un piacere. Ma un piacere molto diverso dall’incontrare il sinistro di Frank de Boer.

“Vieni da noi che non ti facciamo niente”, mi intimarono in coro entrambi i piedi di Ayala, un bruto che fa rima con troppi cori su troppe mamme. Ed è sempre il solito problema con questi lanci lunghi: già sono difficili da controllare, ma se anche li controlli, poi hai perso il passo, hai subito l’uomo addosso e tutto finisce ancor prima d’iniziare.

Alla sorpresa credevo poco. Bergkamp era sfiancato, mancava un minuto alla fine e Ayala stava arrivando incazzato. “Probabilmente tenterai il solito pallonetto”, sentenziai diffidente e sempre più convinta che Dennis, dopo lo stop, dovesse ritrovare il passo e probabilmente anche un compagno a cui passarmi. Invece quel passo Dennis non lo perse mai: mi toccò di nuovo, subito dopo il mio arrendevole rimbalzo, con un tocco verso il basso che mi sbatté sull’erba e mi condusse in un mondo nuovo, situato dietro Ayala, oltre Ayala, davanti all’improbabile portiere Carlos Roa. La sorpresa fu tale da ridurre il mio universo a un’unica agognata visione: non volevo nient’altro che la rete, non vedevo nient’altro che la rete.

Dite la verità, l’avete notato anche voi. Ci sono questi momenti in cui qualcuno fa un gesto così speciale per liberarsi che il tiro diventa solo la formale ratifica di un gol già segnato, e pare che buttarmi dentro sia inevitabile. Sono quei momenti in io cui ho accesso – e ancora non ho capito come – a un’altra dimensione nella quale posso prendere il controllo e dare ordini indiscutibili, che vengono solo eseguiti. “Colpiscimi! Qui! Adesso!”, urlai al destro di Dennis. E lui lo fece. Ah, se lo fece.

Nell’estasi di finire imbrigliata tra le corde, dopo l’afrodisiaco lancio di Frank e le carezze preliminari di Dennis, intravidi solo le mani sui fianchi di Ayala e il superfluo Carlos Roa inginocchiato in avanti col braccio proteso a reclamare un’irregolarità che non gli veniva in mente. Ma io lo so quello che avrebbe voluto dire: “Signor arbitro, non vale. È stato tutto troppo bello.” E sul secondo concetto non potrei essere più d’accordo.

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