I’m your Boogie Man (that’s what I am)

[Questo post esce solo adesso per ovvia incompatibilità emotiva con le settimane precedenti]

Ero un po’ arrabbiato.
Mario Balotelli, 28/06/2012

“Posa quel pallone e vai a letto, se no arriva l’Uomo Nero e sono affari tuoi”, disse la signora Badstuber.
“Non esiste l’Uomo Nero, mamma”, rispose il piccolo Holger.
“Non esiste finché non lo incontri, Holger”.

Quando Holger incontrò l’Uomo Nero, la Germania non stava giocando in casa ma in cortile, in Polonia. L’Italia s’era fatta due ore d’Inghilterra e un gol su azione in quattrocento minuti, aveva buttato in campo un fuoriruolo, due zoppi, due reietti e Andrea Pirlo, torcia nella notte, lampione nel ghetto, luce nel frigo. In un fascio fosforescente, la palla andò a far visita a Giorgione lo storpio, burattino senza fili sempre sincero perché il naso, più di così, non sarebbe cresciuto mai. Il reietto barese, omofobo per celia, genio nel tempo libero, s’imperniò su un tronco ingenuo e lo circuì, col culo rasoterra e la mente a calcolare traiettorie impercettibili e codici di geometria esistenziale tra il suo piede sinistro e il resto dei mondi possibili, quelli dell’esistente, dell’inesistente e di tutto ciò che c’è nel mezzo, Mario Balotelli incluso.

Balotelli fin lì era uno scherzo reale e un campione eventuale. Troppo forte col pallone per non essere arrogante, troppo imbranato senza per non dover fare il duro. E se sei duro non ridi, non ti emozioni, sei in controllo, niente ti può toccare mai, né la gioia, né il disprezzo. Lo stupore è per gli sciocchi che non sanno come va il mondo. Lui, invece, lo sapeva come andava: mai completamente bene. Con Culobasso fu più che intesa, fu solidarietà tra miserabili.

“Mamma, mi porterà via con lui?”
“Non lo so. C’è chi dice di sì. Ma io credo che ti porti semplicemente lontano, così distante da ciò che ti è caro che non riuscirai più a fare la minima differenza.”

Holger si era sempre detto che, non appena l’avesse visto, sarebbe fuggito immediatamente. Ma il destino volle che in quel momento il suo compito fosse restare lì con lui, più vicino possibile al suo incubo. Glielo chiedevano tutti i suoi cari, e i cari dei suoi cari. Non perderlo di vista, Holger. Stagli attaccato. Così prese un bel respiro e si concentrò intensamente, proprio mentre l’Uomo Nero faceva due passi in avanti e lo scagliava in un pozzo di solitudine e angoscia. Te l’avevo detto, Holger.

Balotelli aveva inzuccato e insaccato con semplicità, il difficile fu l’esultanza: non ci era abituato, gli venne così così. Tutt’attorno, intanto, si percepiva il principio di un processo di accreditamento sociale: l’Italia adesso, ben al di là del risultato, si era portata avanti, forward: per Obama uno slogan, per Mario un ruolo, una disposizione tattica e una vocazione.

“E allora resterò sempre assieme agli altri, mamma. Così l’Uomo Nero non potrà mai portarmi lontano.”
“Non lo so, Philipp”, disse la signora Lahm. “Sempre non è una parola che appartiene agli uomini. Potrai starci molto spesso, se sarai bravo. Ma molto spesso, tesoro, non sarà abbastanza”.

Fu molto bravo, Philipp. Passò la vita assiduamente in linea con gli altri, finché non divenne il migliore di tutti e poi il capitano. Fu allora che rimase indietro, e fu allora che l’Uomo Nero lo prese e lo portò con sé, a velocità folle, in un tunnel di disperazione e rimorso.

Nelle due occasioni precedenti, Mario si era fatto recuperare miseramente da Sergio Ramos e malauguratamente da John Terry. Ma si intuì dallo scatto successivo al primo tocco che stavolta faceva sul serio. Quello che non fu possibile intuire è che avrebbe imbalsamato Neuer sulle sue ginocchia con un destro inopinabile, dispotico, leviatano. Ce ne sarebbero potuti essere cinque di Neuer davanti a quel pallone e, senza alcun diritto all’intervento, sarebbero finiti in ginocchio tutti e cinque, e il pallone sotto lo stesso incrocio dei pali, crocevia di una carriera e di un’esistenza.

Mario si mise a torso nudo e scatenò il panico. Holger e Philipp si scambiarono uno sguardo atterrito e vollero scordarlo subito, senza riuscirci. Da sotto la sua pelle nera, Mario aveva messo ogni suo muscolo, vaso sanguigno, nervo, tendine, osso in esposizione.

“Guardatemi bene. Guardatemi adesso, e poi mai più. Questo è quello che io sono. E voi mi state applaudendo, anche voi che mi avete deriso, escluso, detestato, insultato, siete in estasi. Voi con le vostre leggi ridicole che mi hanno concesso la cittadinanza solo dopo diciott’anni di vita nata e vissuta nell’unico paese che posso sentire mio, e che mio non è mai stato fino a oggi. Oggi che mi prendo la cittadinanza per acclamazione. Se sono uno stronzo, d’ora in avanti, voglio essere stronzo come tutti gli altri. Altrimenti farò di voi ciò che ho fatto di questi tedeschi.”

Poi arrivarono i compagni a festeggiarlo e Mario tornò di nuovo un ragazzo di ventun’anni, sciogliendosi in un sorriso comunque un po’ più breve di quanto non gli sarebbe venuto spontaneo. Al fischio finale aveva ai suoi piedi l’intero Paese al quale aveva permesso di avanzare. Eppure volle, in quel fragore, andare in tribuna ad abbracciarla.

“Mamma, mamma, hai visto? Non faccio più paura. Finalmente ce l’ho fatta. Finalmente mi vogliono bene.”
“Sapessi quanto te ne voglio io, Mario”, singhiozzò la signora Balotelli.
“Lo so, mamma. È per questo che sono qui. Non mi avessi voluto bene tu, forse oggi non me ne vorrebbe nessuno.”

About This Author

2 Comments

You can post comments in this post.


  • Fissare nella memoria emozioni non è compito facile. Talvolta ci si riesce con le parole. Come queste che hai scritto, con la tensione che cresce ed esplode come il tiro di Balotelli, con la sensazione di incredulità per aver assistito ad un evento unico, ad un gesto di un istante che rimane senza tempo. E che torna, talvolta, generando pensieri nuovi, riflessioni sul nostro mondo, su chi siamo, con chi giochiamo, e se davvero la nostra sarà, comunque, una partita segnata.

    Piero 5 anni ago Reply


  • Bellissimo!

    calciatoricapelloni 5 anni ago Reply


Post A Reply