L’imponderabile

“Ciao, quanto stanno?” chiesi il 26 maggio di tredici anni fa, rincasando verso le 22.30.
“Matteo, corri! Ha appena pareggiato il Manchester United!”, disse mio padre.
Era il 91°. Mi vidi tutti i replay del gol di Sheringham e, mentre andavo ad appendere la giacca all’attaccapanni (da buon teenager, giravo in motorino), mi scoprii felice di potermi godere i supplementari sul divano con mio padre, che invece dalla cucina urlò: “Matteo, corri! Hanno fatto un altro gol!”
Il gol decisivo di una partita storica, e io me lo persi per ingenuità, per inesperienza: dando per scontato che non si potessero segnare due gol in tre minuti di recupero di una finale di Champions League.
Così intuii per la prima volta una delle verità più eccitanti dello sport: più sale il livello, più sale la tensione, più è probabile che possa succedere qualcosa di assurdo.

Questa verità è ancor più vera per il calcio, in cui gli episodi hanno un peso enorme e il punteggio cambia sì di rado, ma può farlo in ogni modo e momento. E, nonostante ciò, quasi nessuno tiene conto di questo fatto: sembra che il calcio riesca a far dimenticare a chi lo segue una parte di se stesso, la più stupefacente e potenzialmente esaltante o atroce. Chi tifa continua inspiegabilmente a rilassarsi o rassegnarsi dopo un due a zero al ventesimo, o dopo un rigore più espulsione a mezz’ora dalla fine.

Come molte altre attività umane, il calcio è anche una battaglia per conquistare il predominio psicologico sull’avversario, l’inerzia del gioco (the run of play):1 quando una squadra ci riesce, sembra imbattibile, sembra avere il destino con sé. Soltanto che, in un contesto dove basta niente a capovolgere ogni cosa, quest’inerzia, questo vento in poppa, è eccezionalmente effimero e infedele. Un attimo soffia per te, l’attimo dopo sta aiutando i tuoi avversari a trascinarti in un incubo. A volte basta l’infortunio di un uomo chiave, una leggerezza del capitano, un tunnel fatto al miglior difensore, e si apre una crepa nelle certezze dei calciatori, nella quale si annida e dalla quale sussurra il tarlo della sconfitta. “L’avrò sentito solo io?”, si chiedono. Poi guardano gli occhi di un compagno e capiscono. Gli arriva il riverbero della loro vulnerabilità: perdere è possibile; basta un errore, un malinteso, una prodezza avversaria, una zolla.

Ad alti livelli, è difficile che si sbagli perché scarsi tecnicamente. Gli errori avvengono quando non si riesce più a prolungare l’illusione che la sconfitta non esista, e la forza mentale di una squadra, di un calciatore, sta nella capacità di alimentare questa illusione, e di ricrearla una volta svanita. Se non ce la fa, a quel punto non importa quali siano le forze in campo: c’è spazio per l’imponderabile, e c’è sempre stato. Può sovvertirsi tutto, anche quando non si sa neppure immaginare come sia possibile.2 E ditemi voi se non è bellissimo.

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1 Per accaparrarsi il destino, negli anni ’80, il Real Madrid di Butragueño entrava in campo con l’obiettivo di fare i primi tre tiri, i primi tre falli e le prime tre urla della partita.
2 Sì, anche quando una squadra disperata, terzultima, fuoricasa, con un uomo in meno e che non aveva mai tirato in porta riesce a segnare alla miglior difesa d’Europa perché il miglior portiere del mondo perde in un attimo ogni certezza e, di conseguenza, il pallone, come il più brocco e incerto dei ragazzini. Giusto per fare un esempio.

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