L’Insopprimibile Leggerezza Del Piero

Avrei voluto scrivere prima di Del Piero, ma in quell’addio c’era qualcosa di indecifrabile e sporporzionato che non riuscivo ad afferrare: venti minuti di applausi e isteria, sciarpe gettate ai suoi piedi come offerte votive a un qualche dio in partenza, addirittura commentatori in lacrime. E tutto ciò a partita in corso. Ma che diamine è successo allo Juventus Stadium?

Il fatto è che quando un campione lascia, non ci soffermiamo mai su quello che significhi per lui quel momento. Forse perché assorbiti dalla nostra stessa malinconia, o troppo impegnati a ritornare subito indietro e ripercorrerne la carriera, analizzarla, compararla, storicizzarla nel momento esatto in cui finisce, sintetizzarla in pochi gesti da archiviare in dei video dalla colonna sonora particolarmente tamarra, o nella nostra memoria emotiva. Il campione è andato, è storia, grazie di tutto. Ma lui, il campione, l’indomani si tirerà giù dal letto, come ogni giorno, passerà dal bagno, si farà un caffè, sveglierà i bambini e andrà avanti con quella che è la sua giornata, la sua vita, finché arriverà un momento, dopo pranzo, o dopo un lustro, in cui si troverà seduto su un costosissimo divano a confrontarsi con il fatto che lui, a neanche metà della sua vita, è per gli altri, e soprattutto per chi lo ama, passato, trascorso, finito. Quel momento sarà più difficile e decisivo di qualunque altro abbia mai affrontato sul campo. Più o meno consciamente, tutti i campioni lo temono. Perciò è più facile avvicinarvisi quando il pallone e gli spalti iniziano a essere un po’ più ruvidi, un po’ più tristi, un po’ più ostili e meno innamorati.

Per Del Piero è accaduto il contrario, ed è per questo che è stato “fatto lasciare”. Lui non è stupido e, per quanto possa tentare di ignorarlo, lo sa che in campo è ormai fermo. Ma l’amore che sentiva in questi anni era addirittura crescente, il pallone continuava ad andare dove lui voleva e lui continuava a decidere le partite, anche se fermo, e sicuramente continuerà da qualche altra parte. Del Piero è uno di quei pochissimi che potrebbero decidere una partita di qualunque livello anche a cinquant’anni, perché Del Piero è probabilmente l’attaccante con meno risorse fisiche che si sia mai visto.

Ovviamente non sto parlando del primo Del Piero, perché quello volava. Sfiorava il campo leggero e spensierato in preda al suo splendido talento, toccava il suolo a malapena, come un piccolo hovercraft coi boccoli. Giocava un calcio delicato, cocciuto e imprevisto, acceso a tratti da istanti di grazia rivoluzionaria che ne rappresentavano il vero tratto caratterizzante e seducente. Riusciva a risolvere il prolungato caos di una partita di calcio con gesti tecnici, molto spesso di solo uno o due tocchi, che apparivano sia logici che assurdi, semplici ma allo stesso tempo impossibili, perché nessuno li aveva mai visti prima. Quasi sempre, poi, erano anche gesti meravigliosi. Non era un calciatore continuo, ma c’erano pezzi di alcune partite in cui Del Piero era così leggero e ispirato che ogni pallone giocato era un colpo di scena, e la partita diventava lui.

Del Piero e Andy Möller, più altre due icone del calcio anni '90: i laccetti sotto il ginocchio e la linguetta dello scarpino rovesciata.

Contro il Borussia Dortmund in Champions League, qualche minuto dopo aver segnato su punizione il quinto gol consecutivo in Europa, si trovò di fronte a un tedesco che gli correva incontro, sulla fascia sinistra, a dover controllare un lancio alto e difficile: dopo lo stop, la palla gli rimbalzò davanti fin sopra la cinta, lui se la incastrò sul collo del piede destro in un gesto di totale padronanza di sé, del pallone, della partita, del gioco, e la accompagnò sull’erba, sostituendosi di fatto alla forza di gravità, la quale stava cercando di attrarre la sfera al suolo comunque. Ma lì non era la fisica a decidere, era Del Piero. Il tedesco inchiodò per lo stupore.

Appena si insediò alla guida estetico-spirituale della Juventus, sembrò quasi inevitabile che la squadra arrivasse fino alla coppa Intercontinentale, inevitabilmente vinta con un gol, in due tocchi, di Del Piero stesso.
Parlava poco, portava spesso delle basette preoccupanti e aveva un nome, Alessandro, che mai come in quegli anni gli si addiceva: era un nome importante, da giovane re, da conquistatore. E tra le tante conquiste ci fu quella fulminea e quasi violenta del cuore del popolo juventino, che ormai accelerava i battiti ogni volta in cui gli arrivava il pallone. Quando il Fenomeno Ronaldo, il miglior giocatore del mondo, arrivò all’Inter dal Barcelona, Alessandro aveva raggiunto un livello tale da poter essere legittimamente paragonato al brasiliano. E i tifosi cantavano Il fenomeno vero è Alessandro Del Piero senza che nessuno potesse dar loro definitivamente torto.

Poi si rovesciò il tavolo. Amiamo le storie, ed è anche per questo che seguiamo lo sport – il quale, per molti versi, è un antichissimo reality show con infiniti personaggi, una trama complessa e un campionario sterminato di sottotrame variopinte.1 Appena riusciamo a entrare nell’intreccio, scegliamo subito le nostre preferite e ci mettiamo a sperare che finiscano bene. Quella di Del Piero, fin lì, era narrativamente ordinaria: una linea retta ascendente verso l’Olimpo. Si fece male, però. Dapprima non molto, ma in un pessimo momento: a pochi giorni dalla finale di Champions, poi persa, col Real Madrid. Era il capocannoniere della competizione, veniva da quattro gol in semifinale, non poteva non esserci; tentò di recuperare, scese in campo, fu un fantasma, aggravò l’infortunio e se lo portò oltralpe. Al mondiale francese avrebbe dovuto essere la stella, diventò l’odiosa ragione che impediva all’Italia di vedere in campo Roberto Baggio, il più amato di tutti. Poi, tre mesi dopo, ci fu l’Infortunio, quello vero. Lì la storia di Del Piero diventa davvero appassionante, lì si sono create le premesse per quell’amore e quell’addio colossali: quando Alex si ritrovò con un ginocchio contraffatto, perché l’originale era perso per sempre. Quando Alex perse tutto, perché aveva perso la leggerezza.

Tornò che non era lui. Era cupo, legnoso, piombato. Correva piano e impacciato. Inoltre, a Torino, in qualche stanza, in qualche testa, venne deciso qualcosa di colpevolmente sbagliato. Nel mezzo di quel calcio di muscoli e 4-4-2 che aveva spedito Zola in Inghilterra e Baggio in provincia, si stabilì che, se non poteva più essere rapido, Del Piero sarebbe dovuto almeno essere forte. Avrebbe dovuto combattere spalle alla porta, reggere gli urti invece di dribblarli.

Ogni chilo di muscoli che Del Piero metteva sembrava svuotarlo ulteriormente di talento, convinzione, allegria, leggerezza. Non giocava più né per vincere, né per divertirsi, ma solo nella speranza malriposta di ritrovare se stesso. Era triste e pesante, scarso e perso. Fu proprio in quella fase, spesso rimossa da chi riassume la sua carriera con soli highlights, che il legame tra Del Piero e chi faceva il tifo per lui divenne intenso e profondo: all’ammirazione degli anni precedenti si aggiunsero compassione e empatia; il supporto traslò dal piano sportivo al piano umano. E lì rimase.

Per ripagare quel sostegno, Alessandro ci ha messo tanto, tantissimo di suo, faticando, resistendo e finalmente ritrovandosi. O, meglio, scoprendo un altro sé, perché nascosto dietro a quel suo nome da conquistatore c’era, e c’era sempre stato, un altro nome: Piero. Un nome umile, da cantautore dimenticato, da soldato morto in una guerra persa, da uomo comune come una riserva, fragile come un ginocchio, solo come un rigorista. Piero fu lo spirito gregario che Alessandro non sapeva di avere, quello capace di soffrire, di accettare e superare errori e panchine; quello che, quando Alessandro non riuscì più a farsi carico della leggerezza, se la prese con sé e la protesse per non farla sparire.

Il 18 febbraio del 2001, a quasi due anni e mezzo dall’Infortunio, stava guardando i suoi compagni pareggiare 0-0 a Bari e la sua situazione era più o meno questa: responsabile (per sua stessa dignitosa ammissione) della sconfitta della nazionale all’Europeo dell’estate precedente, accusato di doping, panchinato per manifesta incapacità di scrollarsi di dosso la sua zavorra psicofisica. Soprattutto, tre giorni prima, era improvvisamente scomparso suo padre.

Succede a tutti: i problemi ci sembrano enormi finché non arriva qualcosa di enorme davvero e, in genere, irrimediabile. A quel punto, quando troviamo di nuovo occasione di guardare ai problemi di prima, non li vediamo più, tanto sono diventati piccoli. Forse è sciocco, ma succede a tutti. Anche a Del Piero. Nel suo caso fu come se assieme al padre fossero scomparsi tutti i macigni. Entrò in campo, puntò l’uomo, lo fece sbandare, toccò la palla sotto ed eccola lì, la leggerezza.
“Era veramente così facile?”, si sarà probabilmente chiesto in qualche angolo del cervello mentre cercava di nascondere la faccia disperata tra le maglie dei compagni.

Raramente una stella è stata così carica di dramma sportivo e umano, e così indifesa di fronte all’occhio del pubblico; ancor più raramente si è vista la stella scrollarsi tutto di dosso con tanta classe e bellezza, come Del Piero in quel giorno a Bari. Da là in avanti Piero e Alessandro iniziarono a essere la stessa cosa.2 Alessandro Del Piero divenne grande e modesto, mito e comprimario.3 Prese il talento come un dovere e lo strizzò fino all’ultima goccia, riadattandolo al suo nuovo corpo scadente. Nel calcio le qualità fisiche aiutano a compensare l’imprecisione della tecnica, e Alex questo lusso non ce l’ha da quasi quindici anni: niente rapidità, né di corsa, né di gambe, forza fisica appena sufficiente a restare in piedi in area di rigore, poca potenza, poca agilità, poca elevazione. È condannato alla perfezione, perché ogni volta che va oltre i due tocchi, se non è perfetto, perde la palla. Per questo chi si aspettava che sarebbe tornato il giocatore di prima sta ancora aspettando. Del Piero si è trasformato in qualcosa di diverso, spesso meno appariscente, certamente più pratico e cinico. Ci abbiamo messo davvero tanto ad accorgercene: ci aspettavamo qualcosa di definito che non arrivava mai, volevamo rivedere Pulp Fiction e lui girava Jackie Brown e Kill Bill, volevamo risentire Ok Computer e lui componeva Kid A e In Rainbows. Poi faceva a tutti la linguaccia.4

Capello e Berlino, il Frosinone e la standing ovation del Bernabeu, tiaghi e felipemeli, lo Scudetto finale: le ultime tappe della storia sono anche le più celebrate e raccontate. Andare in B da campione del mondo e riportare affannosamente la sua squadra fino in cima, là da dove era caduta, è un pezzo di romanticismo fuori epoca, che ha reso dolcissimo il finale di Alex in bianconero5. E c’è un fattore quasi mistico che lo ha accompagnato nell’ultimo decennio: una sorta di impossibilità a essere marginale. Non importa quanto poco spazio gli venisse concesso, Del Piero se lo è sempre fatto bastare, infilandoci giocate belle, leggere e cruciali. Più di una volta è sembrato scivolare lentamente fuoricampo per poi sistematicamente spostare di botto l’epicentro della stagione sulla sua lingua sguainata. Sembrava quasi si divertisse a uscire di scena per rientrarci con più clamore.

Adesso, però, non rientrerà più. Non in Italia, non in bianconero. Magari tra qualche anno verrà ricordato principalmente per il suo tiro, o per le punizioni.6 Io ho voluto ricordarlo per il suo addio impressionante e per tutto quello che c’era dietro, che ho tentato di ricostruire e, un po’, indovinare. Perché la storia di Del Piero è stata molto, ma molto di più dei suoi gol, dei suoi trofei, dei record. La storia di Del Piero è quella di un ragazzino a cui fu rubato un destino grandioso, e quella di un uomo che, con fatica, lacrime e coraggio, se n’è saputo meritare uno ancora più bello. Non ci sarà più un’altra storia così. Ma quel lunghissimo applauso dello Juventus Stadium, idealmente, non finirà mai.

—————————-
1 E con Ilaria D’Amico al posto di Barbara D’Urso.
2 Per esempio, nel gol alla Germania in Coppa del Mondo, Piero è quello che si fa tutto il campo di corsa, Alessandro quello che tira.
3 Tra i suoi tanti record, uno particolarmente significativo è il maggior numero di gol segnati in campionato da subentrato: sei, a pari merito con José Altafini.
4 Un’azzeccatissima esultanza che gli uscì spontaneamente a un certo punto del 2004 (probabilmente a Siena) e che oggi è diventata un brand.
5 Fosse arrivata anche la Coppa Italia, il finale sarebbe stato forse addirittura stucchevole, sicuramente disneyano.
6 Sappiate che quei due video sono di un uomo che ne fa di bellissimi, mixando calcio e musica, e che la parola chiave per trovarlo su YouTube è esoesgallo. Lo braccano da anni per via dei diritti, credo, ma lui non si scoraggia, cambia identità e continua a produrre. Al momento in cui scrivo, il suo canale si chiama IsItaCock, ma lui lo ha reso inaccessibile per nascondersi meglio. Purtroppo molti video degli anni passati sono andati perduti, anche se alcuni sono stati ripostati da altri. Voi comunque non disperate: Esoesgallo è vivo e lotta insieme a noi, chiunque egli sia.

About This Author

1 Comment

You can post comments in this post.


  • Solo per poter essere parte, in calce, di un pensiero così bello

    Saverio 5 anni ago Reply


Post A Reply