Per una rivalutazione del minuto di silenzio

“Muore in campo il calciatore Morosini. I soldati italiani combatteranno con il lutto al braccio.”
roberto manunta su Spinoza

Le persone è sempre meglio rispettarle da vive che da morte – anche se la seconda opzione è infinitamente più facile – e la presenza di un defibrillatore a bordocampo1 sarebbe stata per Morosini, e per i suoi compagni e avversari, una forma di rispetto molto più opportuna dello stop di qualunque campionato.

Fermare il campionato, a prescindere dalle ragioni per le quali lo si ferma, è invece una mancanza di rispetto per chi lo segue, soprattutto per quelle tantissime persone che investono tempo e denaro nell’andare allo stadio, addirittura in trasferta. Farlo notare può provocare qualche accusa di cinismo, ma il punto resta.

Penso che, quando muore sul lavoro un ferroviere, i treni viaggiano comunque. Mi chiedo come sarebbero andate le cose se Morosini avesse giocato in Lega Pro, o se fosse morto di mercoledì. E, insomma, credo che fermare il campionato sia stata una scelta emotiva e molto discutibile, mentre farlo addirittura slittare (se ne è discusso fin troppo) sarebbe stato certamente sbagliato e anche un po’ ridicolo.

Che cosa fare, dunque, quando avvengono tragedie come quella di Morosini? Beh, ci sarebbe quel vecchio istituto del minuto di silenzio, su tutti i campi, prima del fischio d’inizio. Che, a ben vedere, è un momento solenne, potente, toccante, in cui il tempo sembra dilatarsi, in cui si ha la possibilità di intuire quanto sia lungo e prezioso un minuto, e a volte quanto sia breve e preziosa una vita; in cui uno stadio intero che tace non è più un campo da gioco, ma diventa una specie di luogo di culto laico temporaneo.

Ma si penserà che un minuto di silenzio non è abbastanza, ed effettivamnte pare proprio così.

Ora, a parte il fatto che spesso lo stadio non tace, a causa di stupidi o maleducati, il problema è che il minuto di silenzio si è progressivamente svalutato negli anni, diventando una presenza quasi familiare, a cui si fa ricorso prima di tante, troppe partite di campionato. Non sono riuscito a trovare un resoconto di quanti se ne siano osservati negli ultimi anni, ma la sensazione è che ormai un minuto di silenzio non venga negato praticamente a nessuno: magazzinieri, vecchie glorie, tifosi illustri, parenti del presidente.

Aggiungiamo inoltre che il calcio (e lo sport in genere) si sobbarca anche il peso delle tragedie extrasportive, come se dovesse giustificare la propria esistenza di fronte a questioni terribili e molto più serie.2 Così si chiede al pubblico di tacere anche in memoria di militari, vittime di attacchi terroristici o di catastrofi naturali.

Ma quando chiedi silenzio a decine di migliaia di spettatori paganti, devi chiederglielo per qualcosa che li coinvolge, che li riguarda profondamente. Altrimenti la commemorazione diventerà noia, quando non un fastidio, e perderà valore e dignità. Quindi, ecco, credo che sarebbe bene se ponessimo dei limiti a questa specie di fiera del minuto di silenzio che sembra diventata la Serie A. Così, di fronte a una tragedia calcistica vera, come quella di Morosini, non avremmo la sensazione di dover improvvisare qualcosa di straordinario. Potremmo semplicemente fermarci per questo lunghissimo minuto, piangere e ricordare, insieme, senza scappare, rispettando tutti.

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1 O la presenza di qualcuno pronto a usarlo quel defibrillatore, che pare ci fosse.
2 Come se il divertimento, e la passione, non fossero anch’esse cose molto serie.

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