The lad is back in town

“It was a dream, a story you’d tell a young kid.”
Arsène Wenger

Ne è passata tanta d’acqua sotto il London Bridge. Quando arrivò, non si capiva bene che roba fosse questo Titi. Eppure aveva intelligenza, velocità, grazia e tecnica in abbondanza e armonia, e un tipo in panchina che sapeva vederle meglio di tutti. Sbocciò, crebbe, divenne un calciatore eccezionale e poi una leggenda. Dopo otto anni se ne andò per entrare nel tridente del primo Barcelona di Guardiola, vincere la Champions che si meritava e giocare in una squadra grande anche senza di lui: meno responsabilità, meno gloria, più sorrisi, più argenteria. Poi via, dai newyorkesi a tramontare, mostrando il suo talento per un pugno di dollari. Nel frattempo, a Londra, i Gunners sentivano la sua mancanza così tanto da costruirgli una statua fuori dallo stadio. Titi andò all’inaugurazione, disse due parole e si commosse (“I know, I don’t really show emotions often, […] but here you go, I’m showing emotions right now for the club that I love”). Fu chiaro a tutti, in quel momento, come Arsenal e Henry si amassero ancora immensamente. Innamorati e lontani, entrambi a sognare anche solo un altro assaggio della loro storia finita: i cori (poterli cantare, poterli ascoltare), quella maglietta (poterla indossare, poterla vedere), anche solo per venti minuti.

In questo periodo di ritorni, i due amanti hanno trovato il modo di passare insieme otto settimane per vivere i titoli di coda, disposti a qualunque cosa pur di renderli belli come lo è stato il film.

Ieri la prima partita: Arsenal-Leeds, tutto esaurito. Titi siede in panchina, si scalda, entra in campo a venti minuti dalla fine sullo 0-0, seguito da un boato d’amore che mette i brividi non solo a lui. Dieci minuti dopo si smarca, chiama palla, non gli arriva, finge disinteresse, scatta in area, servito, e stoppa di destro con più naturalezza di quanto avesse senso sperare. Titi è per la prima volta al tiro da quando è tornato a casa, la palla esattamente dove lui la vuole, la statua lì fuori che vorrebbe anch’essa entrare a vedere: nessuno ha mai giocato con la sua statua davanti allo stadio. Eppure Titi resta freddo come quella notte londinese che tanto gli era mancata e piazza il tiro nell’angolino. Salta tutto per aria. La scena è così perfetta e sovraccarica che la critica la stroncherà certamente per eccesso di saccarosio. Ma il pubblico la adora, Titi adora il pubblico ed eccoli, finalmente, che si riprendono dopo cinque anni vissuti di ricordi. Ed è sempre stato sobrio e contenuto nell’esultanza, Titi, ma quel momento è troppo grosso anche per lui: saltella con le braccia larghe e tradisce la voglia di abbracciare tutta quella gente che lo guarda e forse non si rende conto che, nel 2012, l’Arsenal è davvero in vantaggio con un gol di Thierry Henry.

Titi guarda quelle facce in estasi e le riconosce, sono quelle dell’ultima volta e di quella prima e di quella prima ancora. Non guarda i suoi compagni, mai, perché non sa chi siano. Sa solo che lui, adesso, deve, deve, deve abbracciare qualcuno, allora corre verso l’uomo che, più di quindici anni fa, meglio di tutti aveva visto il suo talento, e lo avvolge. Poi torna dalla gente battendosi sul petto con la mano, scazzottando lo stemma dei Gunners per ribadire ancora il suo amore per il club, come se il gol appena fatto non fosse comunque sufficiente a manifestare ogni sentimento, a esaudire ogni desiderio, a dare la più favolosa delle risposte a chi si chiedeva che senso avesse tornare insieme.

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4 Comments

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  • E’ vero, è l’unico ad aver giocato con la statua fuori dallo stadio; in effetti Batistuta ce l’aveva dentro, al Franchi!

    Saverio 6 anni ago Reply


  • Secondo me volevi dire Tower Bridge!

    Giovanni Fontana 6 anni ago Reply


    • Mi serviva un ponte che fosse sinonimo di Londra anche per chi Londra non la conosce, e il London Bridge, in questo, è decisamente imbattibile.

      Matteo 6 anni ago Reply


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