Montevarchi, amarcord

Giovedì scorso il Montevarchi è fallito. Da ragazzino ci ho giocato e l’ho tifato allo stadio, vivendolo da vicino in uno dei periodi migliori della sua lunga storia.

Il giorno della più bella partita vista al Brilli Peri avevo quasi tredici anni e mi ricordo la pioggia, gli spalti strapieni di gente e di ombrelli. Era maggio, ma faceva freddo, e a fine primo tempo il risultato era cupo come il cielo, l’atmosfera, le facce e le voci intorno: stavano vincendo loro, due a zero, a casa nostra, con tutti quanti lì impotenti a guardare, tifare e smadonnare.

Mi ricordo Menchetti: soprattutto in quella stagione aveva un sinistro prodigioso, e quella punizione sotto l’incrocio fu troppo bella e necessaria perché me la possa mai dimenticare. Quasi al novantesimo piovve d’improvviso anche il gol del pareggio di Scattini, che non vidi bene, ma che riaccese tutto, e al terzo di Ermini, segnato subito dopo di pura voglia, di slancio, quasi di destino, c’era già chi entrava in campo, perché starne fuori non era più possibile: noi tutti pigiati sui gradoni grigi, con davanti un rettangolo verde, pieno di spazio e di eventi esaltanti e di ragazzi a cui adesso volevamo bene come a dei figli, dei padri o dei fratelli a seconda dell’età nostra, e della loro.

Durò pochissimo però, e il gioco riprese presto. Se le invasioni di campo rientrano in fretta, non è mai per educazione, né per senso di responsabilità: si fa invasione come si afferra il fascio di luce di un proiettore, o come si bacia una fotografia, e si torna subito sugli spalti perché, una volta lì, al centro della scena, ci si accorge che la magia è sparita, sospesa, e ritorna solo se ci accontentiamo di essere semplici spettatori.

Quando la magia tornò sul Brilli Peri, fu finalmente quella di Antonio Arcadio, con quel suo nome rotondo come il pallone che stava inseguendo, che non era suo ma che lui si prese lo stesso, come il Montevarchi aveva fatto con quella partita. Lo scaraventò dentro, Antonio Arcadio, con quel suo nome musicale, perfetto per i cori che gli cantavamo sempre e che sicuramente gli abbiamo cantato anche quella volta.

Il fischio finale fu la campanella dell’ultimo giorno di scuola: tutti urlando e saltando di corsa in mezzo a quel dancefloor profumato d’erba bagnata, che se fosse partita la musica saremmo rimasti lì a ballare tutto il pomeriggio, pioggia o non pioggia.

Tutta la settimana successiva non mi bastò a capire che senso avesse andare a casa del Baracca Lugo per l’ultima partita. Nella mia testa di ragazzino il Montevarchi era già promosso in serie C1, perché il mondo era ancora un posto sostanzialmente giusto e generoso di happy ending com’erano le favole dell’infanzia. Perché mai sarebbe dovuta succedere, Montevarchi-Sandonà, senza che ne conseguisse una promozione?

Ci restammo cinque anni in C1 e mi ricordo che, durante una di quelle partite con lo stadio pieno, un mezzo spicchio di curva prese a fare ululati scimmieschi contro un calciatore africano qualunque, che aveva sfacciatamente, colpevolmente la pelle e la maglia dei colori sbagliati. E mi ricordo il capo ultrà fermare tutto e dire, con l’autorevolezza dell’uomo col megafono, che la curva del Montevarchi non era razzista, né deficiente, e che era bene finirla: ne fui orgoglioso e sorpreso.

Un altro momento di orgoglio riguarda invece un episodio con poche decine di testimoni, che però non possono essersene dimenticati. Avevo dodici o tredici anni ed ero tra chi giocava, all’ultimo anno degli esordienti o forse al primo dei giovanissimi, al campo del Pestello, quello di là dal borro con la strada sterrata che gli passa dietro, rialzata, a formare una specie di tribuna naturale. La partita sulla carta era facile, mi ricordo. Stavamo pareggiando, e attaccando, quando un loro difensore alzò la palla a campanile nella sua area e il portiere la agguantò. Al tempo la regola della punizione a due sul retropassaggio era molto giovane, ma quando l’arbitro fischiò un rigore per noi, lo sconcerto fu generale. Quell’arbitro me lo vedo ancora: un ragazzo che arbitrava i ragazzini, nervoso, smarrito, consapevole di aver fatto un errore e incapace di capire esattamente quale o di rimediare.

In qualche attimo, senza bisogno di nessun conciliabolo, quella nostra versione imberbe del Montevarchi si ritrovò unita attorno a un rimedio sintetizzato in una parola: sbagliamolo. Che era certamente la cosa da fare, in quel mondo ancora sostanzialmente giusto, nel quale sai che il Montevarchi dei grandi va in C1 anche se è sotto di due gol, o sai che comunque succederà. Nessuna discussione, nessuna voce contraria, solo qualche silenzio tra i quali, cruciale, quello di Manuel, il nostro centravanti e rigorista, perché comunque lui aveva il gol nel sangue e sbagliarne uno di proposito era tradire la propria natura. Anche per placare del tutto le loro proteste, avevamo avvertito gli avversari dell’errore imminente. Però quando Manuel andò sul dischetto nessuno sapeva di preciso quello che avrebbe fatto. Qualche superfluo secondo di suspense e poi tirò, appoggiandola fuori, un metro abbondante fuori, piano piano. Applausi dalla stradatribuna. Mi ricordo il mister nell’intervallo che, arrabbiato, ci disse che i rigori non si sbagliano, non di proposito almeno. Ché nella vita se hai un’occasione la devi sfruttare, ché non è mica giusta, la vita, e ché magari l’occasione non ripassa. Però tornammo in campo e la vincemmo bene quella partita.

E quella stagione finì con una sfida fantastica fuori casa contro il Figline, giocata nello stadio: perdevamo 4-0 a fine primo tempo, poi il secondo lo giocammo in maniera stellare e finimmo 4-3 sfiorando il quarto, coi figlinesi storditi a chiedersi come avevano fatto a portarla a casa. Col mister che ci fece un discorso di fine anno dicendo a Manuel che aveva fatto bene a sbagliare quel rigore. Ché nella vita segnare i rigori è importante, ma è ancora più importante cercare di aggiustarla, la vita, se e quando si può.

Ora, se c’è qualcosa di sbagliato, da qualche giorno a questa parte, è che Montevarchi non ha più la sua squadra di calcio. E ci siamo io, Manuel, il mister, l’uomo col megafono, il piede sinistro di Menchetti, Antonio Arcadio e tanti tanti altri che stiamo pensando: ecco, vediamo di ridargliela in fretta una squadra a Montevarchi.

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13 Comments

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  • se continuavi un pochino ancora mi mettevo a piangere

    johannes gasto 6 anni ago Reply


    • Mi sono dovuto contenere, se no mi mettevo a piangere anch’io! :)

      Matteo 6 anni ago Reply


  • Mi sono commossa anch’io che non seguo il calcio
    e mi fai cominciare a credere che non è poi tutto così marcio come pensavo…
    Clap Clap!

    Laura 6 anni ago Reply


    • Figuriamoci, “marcio” lo è (facciamo “sporco”, va': “marcio” mi pare eccessivo). L’importante è capire che la sporcizia non è connaturata al calcio. Cioè, se il tiro al piattello fosse così bello, popolare e quindi legato a così tanti interessi economici e politici come il calcio, sarebbe sporco anche il tiro al piattello.
      E grazie comunque!

      Matteo 6 anni ago Reply


  • straordinario, complimenti davvero

    j spaceman 6 anni ago Reply


  • Momenti che anche a me hanno segnato la vita sia la mia che della mia famiglia domeniche e settimane intere dedicate all’aquila…..domeniche che sara’ difficile scordare visto che la maggior parte dei miei migliori amici li ho conosciuti lì in quei gradoni della curva sud ,veri amici!!
    In quei gradoni abbiamo gioito e anche pianto per l’aquila ed abbiamo passato momenti bui ma nonostante tutto tutte le domeniche siamo là e saremo là!
    il tuo racconto è stato veramente bello,complimenti !

    L’UOMO DAL MEGAFONO

    RICCA1973 6 anni ago Reply


    • Idolo. Grazie.
      Quel momento del tuo stop ai “buu” razzisti non solo mi piacque e mi rimase impresso, ma penso che sia tra le cose che ho raccontato di più in assoluto a proposito del Montevarchi.

      Matteo 6 anni ago Reply


  • Quel giorno uscii prima dal servizio civile che facevo a Firenze per essere presente al fischio di inizio. Vidi tutta la gara in piedi. Vidi tanta gente. Anche persone che oggi non ci sono più. A loro va il mio pensiero, perché spero un giorno di rivivere le forti emozioni di quel giorno, di quell’anno, di ogni attimo che ho passato al glorioso Brilli-Peri. E’ un onore, per me, commentare questa straordinaria pagina di passione. Grazie davvero. Gianluca

    Gianluca 6 anni ago Reply


  • Caro Matteo stai pronto perché i momenti meravigliosi che hai raccontato torneranno presto!!!!!

    filippo1902@live.com 6 anni ago Reply


  • TORNEREMO GRANDI!!!!!! MA UN PEZZO DELLA MIA VITA SE NE ANDATA!!!!!! GRUPPO STORICO!!!!!!

    marco 6 anni ago Reply


  • Bei ricordi… continuo ad avere i brividi ripensando ad alcuni momenti vissuti fuori e dentro lo stadio. Ricordi che restano per sempre, è impossibile dimenticarli!

    http://www.youtube.com/watch?v=zg-5zoQb3ec

    ADProperant 6 anni ago Reply


    • Fortunatamente noi Montevarchini abbiamo avuto delle soddisfazioni enormi dalla nostra squadra e non dobbiamo dimenticare mai che SIAMO la piu’ vecchia societa’ della Toscana, quindi onore e sempre forza RossoBlu!

      Massini Paolo 6 anni ago Reply


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