Segnare di testa

14/08/2011, Real Madrid-Barcelona, 44°
Ci sono calciatori che se il calcio non fosse esistito l’avrebbero inventato personalmente, e l’ultimo tra questi è Lionel Messi. Sarebbe caduta una mela e, invece di teorizzare la forza di gravità, Leo avrebbe controllato di petto, sbilanciato due pecore con una finta di corpo e tirato di collo sinistro a fil di pioppo, colpendo sulla nuca un qualche portoghese particolarmente irascibile.
Una delle qualità meno celebrate di Leo è la costante presenza mentale: non si assenta, è continuamente concentrato e reattivo. E lo fa naturalmente, senza sforzo alcuno.
Al Bernabeu si giocava l’andata della Supercopa de España, un boccone di quella abbuffata di clásicos che ci siamo fatti nei mesi addietro.1 Il Real è scoperto, la Pulce è lanciata a rete, Pepe staziona ansiosamente tra lui e Casillas; c’è Khedira però, che giunge al galoppo per anticipare e tagliar fuori Messi, il quale sembra essere entrato in un vicolo cieco. In una situazione del genere, il vostro tipico centravanti tutto cuore si getterebbe coraggiosamente in scivolata, travolgendo tutto e beccandosi un giallo; il vostro tipico fantasista umorale si darebbe per vinto, rallentando come se davvero di quell’azione non gliene fosse mai importanto niente sin dall’inizio; invece Messi fa una cosa che nemmeno Gigi la Trottola: lascia che Khedira, in vantaggio, lo anticipi, per poi rimbalzargli addosso derubandolo dell’inerzia, della sua forza cinetica, la quale adesso serve a lui per cambiare direzione di quasi novanta gradi senza perdere velocità. Ci vorrebbe un fisico per spiegarlo, ma certo neppure un fisico avrebbe saputo immaginarlo. Figuriamoci Pepe, quindi, che tra l’altro ha la mobilità del frigo Smeg2 di Matteo Renzi e, costretto a girarsi per la seconda volta in un secondo, se ne va prevedibilmente per le terre, lasciando Casillas come ultimo velleitario baluardo a difesa della porta blanca. A quel punto Messi, per la prima volta nell’azione, tocca il pallone: uno, due, gol.

02/10/11, Juventus-Milan, 87°
Poi prendete Felipe Melo, ad esempio. Melo è uno che non ha mai pensato a dov’era e cosa stava facendo per più di quindici minuti di fila. I suoi rari momenti di disciplina tattica sono da attribuire essenzialmente alle urla belluine di Delneri e alla sua incontrollabile attrazione per quella gnocca di Montolivo, che lo costringeva a restare in zona mediana. Ma quando può scegliere, Melo non pensa. Infatti, ora che la Juve sembra tornata una squadra seria, Felipe gioca al Galatasaray, mentre Marchisio è a Torino che splende di luce propria;3 e anche di lucidità, considerata l’altissima qualità delle decisioni che prende. Il primo gol al Milan sembra più fortunoso di quanto in realtà non sia. Siamo allo scadere di una partita in cui la Juve ha spinto sull’acceleratore e macinato gioco, è andata più volte vicinissima al gol senza però riuscire a farlo. Finché Marchisio sfrutta un po’ di spazio davanti a sé, chiedendo e ottenendo il triangolo sia da Vidal che da Vucinic: splendida azione, peccato che l’ultimo passaggio sia imperfetto e Bonera ci arrivi nettamente prima. Anche qui, il vostro tipico medianaccio acefalo, stanco e frustrato, si scaglierebbe sul difensore milanista con miope foga, in un improbabile tentativo di anticiparlo; la vostra tipica aletta decorativa rallenterebbe per poter litigare il prima possibile con l’autore del passaggio; Marchisio invece indovina con precisione la mossa successiva di Bonera: non lo anticipa, lo posticipa; ci mette il piedone così bene che non solo rimpalla il rinvio, ma riesce anche a tenerlo basso e mandarlo alle spalle di Abbiati. Stessero giocando a biliardino, sarebbe una foto. Ma una foto di quelle belle, scattata nel posto giusto, nel momento giusto e con la luce giusta. Ci vuole fortuna, certo. Ma anche intuizione, presenza di spirito, capacità d’improvvisazione. Non si tratta di premere un tasto, né di alzare una gamba.

30/10/11, Cagliari-Lazio, 43°
Probabilmente ho preso il mio più grosso abbaglio calcistico (per ora) al mondiale coreano del 2002. Il capocannoniere tedesco fu un certo Miroslav Klose, attaccante del Kaiserslautern che io etichettai immediatamente come bidone sopravvalutato: aveva sì segnato cinque gol in un mondiale, però tre in un 8-0 contro l’Arabia Saudita. Stacco e tempismo lo rendevano fortissimo nelle incornate, ma per il resto era arruffone, frenetico, grezzo, e a mio parere sarebbe stato sufficiente mettere una maglietta della Germania a uno stambecco per ottenere risultati paragonabili. Perlomeno contro l’Arabia Saudita: cosa potevano saperne, i sauditi, di uno stambecco?
Col tempo ho dovuto faticosamente ricredermi, mentre Klose migliorava di stagione in stagione. Oggi è un professore dell’area di rigore a Formello, apprezzato da allenatore, compagni, presidente, tifosi e pure dall’aquila Olimpia (la quale però si intende certamente più di stambecchi che di calciatori). Le qualità fisiche non sono più quelle di un tempo, ma la capacità di muoversi in area ha raggiunto vette inimmaginabili per noi umani (ma forse, e qui la finisco, immaginabili se sei stambecco, oppure Olimpia). Il modo in cui Klose si è liberato per il gol a Cagliari è stato esemplare. Ripartenza laziale, il pallone finisce a Cissé sulla destra che si accinge al cross di prima. Klose ha preso posizione davanti al suo marcatore, il belga Nainggolan, ma non può spingersi più avanti perché altrimenti finirebbe in fuorigioco. E anche Nainggolan sa che il pallone sta per partire nella loro direzione, per cui si avvicina al tedesco in modo da essergli davanti una volta che sia partito il cross: che ingenuo. È in quel momento che Klose realizza il 90% del gol: fa un passo avanti, poi inchioda sulla linea esatta del fuorigioco, dove attende il belga, ne stoppa la corsa con un braccio, dandosi allo stesso tempo lo slancio per scattare di nuovo in avanti verso il pallone, in completa e apparentemente inspiegabile solitudine. Poi la mette dentro di testa, ma insomma, il punto ormai si è capito: i bravi calciatori usano la testa anche quando segnano coi piedi.

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1 Il prossimo sarà l’11 dicembre a Madrid, per chi fosse in astinenza.
2 Ma non l’accattivante design.
3 Non è che Conte sia passato al 4-3-3 solo per poter schierare sia Marchisio che Vidal accanto a Pirlo. Il fatto è che in un centrocampo a tre il rendimento di Marchisio migliora moltissimo. A tal punto che forse tra qualche mese diremo che Conte non cambia modulo per poter schierare sia Vidal che Pirlo accanto a Marchisio.

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2 Comments

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  • errore del Gatto !
    “Oggi è un professore dell’area di rigore a Trigoria” intendevi Formello vero ? ..

    cionco 6 anni ago Reply


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