La solitudine dei numeri 10

Brasil 2014 è esistito senza Neymar solo nei suoi primissimi anni. Chissà cos’ha pensato Neymar quando ha saputo, poco più che quindicenne, che il mondiale sarebbe andato a trovarlo a casa. “Lo giocherò io, con la 10, alzerò la coppa” avrà pensato, esattamente come diverse altre migliaia di ragazzini brasiliani che sognavano allora, nel 2007, la Seleção. C’è un fetta di popolazione, quasi di qualunque popolazione, che fa sogni di questo genere: ha un’età media piuttosto bassa, ed è un peccato.
Invece Neymar, il suo personaggio pubblico, non è mai esistito senza questo mondiale. Scorrazzava nel Santos e non aveva neanche la barba quando hanno iniziato ad affidargli il ruolo principale nella storia di questa vittoria – perché deve essere una vittoria, lo sai, vero, ragazzino?
Lui ha fatto davvero


Rendiamoci conto

There’s nothing quite like a World Cup.
Michael Owen

L’apparecchio per i denti, i denti da latte, i nonni, le mestruazioni, il motorino, il sesso, l’amore, qualcosa del genere, dieci chili in meno, la lira, senza una lira, senza un lavoro, la barba, le magliette originali, le edizioni speciali dei videogiochi – o aggiorniamo le squadre? –, i compiti estivi, le cravatte, le zanzare, le cicale e l’estate nei suoi primi giorni, fatta apposta per immaginare i caroselli. Prendetele tutte le vostre estati e dividetele per quattro. Resta la vita durante i Mondiali. Il mondo che gioca, ma non tutto. Queste non sono le Olimpiadi, non c’è nessun diritto se non per l’ospite. E per andare a trovarlo serve oscura


Alibi

Perché Baggio richiede dedizione, a Baggio non puoi far domande, e il tuo amore non sarà mai equilibrato,
perché non importa quanto puoi star male tu, quello che soffre sarà sempre lui.

Matteo Salimbeni e Vanni Santoni, L’ascensione di Roberto Baggio

 

 

La vittoria è un fatto collettivo. I suoi racconti sono in genere abbastanza simili e ci si possono trovare un sacco di piazze, folle, fontane, clacson, abbracci disordinati e un generale incremento del contatto fisico tra le persone.

La sconfitta invece è un’elaborazione individuale, interiore.

Non solo: la vittoria la si accoglie nella sua totalità, la sconfitta vuole essere rielaborata.

Col rigore di Baggio io sono arrivato quasi subito a questa conclusione: non era importante. Ve ne voglio parlare perché è appena ricicciata Forza Italia – non credo fosse tra


Roma, ottobre 2013

Fino a quando il calcio sarà un gioco, come facciamo a diventare grandi?
Marco Simone

«L’altro giorno sfrecciavo in motorino dalle parti del gasometro a ornamento di un mediocre tramonto postindustriale, e vedo, anzi: intuisco, questo piccione scellerato lanciatomisi contro per farla finita, tutti e due, oggi stesso. Non so se gli avessi fatto qualcosa. Fatto sta che io chiudo gli occhi, e in quel momento in cui non sono proprio chiusi, ma resta quella fessura parzialmente ostruita dalle ciglia in cui l’immagine sembra un filmato del 1910 aperto full screen da YouTube, vedo Daniele De Rossi. Vedo Daniele De Rossi in spaccata che rinvia quel cazzo di piccione ben oltre


Die Zukunft ist Deutsch (für eine weile)

Si erano nascosti dietro alla Liga. Non se ne accorse nessuno per troppo tempo, e poi fu troppo tardi. Io iniziai a sospettarlo mentre guardavo uno stanco Clásico pomeridiano, avevo mangiato pesante, o forse fu l’irritante qualità dello streaming, ma iniziai a valutare l’ipotesi che ciò che avevo di fronte non fosse l’apice del calcio mondiale. Stentai a crederci, quello sì. Dov’era andato, lo Spirito del Football?

Che fosse in Germania divenne chiaro a tutti quando il pronostico unanime della finale spagnola fu sgretolato dagli eventi. Lewandowski, Rolls Reus e l’ennesimo Super Mario di questi tempi avari di Luigi sacrificarono il Real Madrid nel tempio del Westfalenstadion, slabbrandone la difesa come un frustino di titanio. Nel ritorno al Bernabeu, los Blancos fecero due gol appena in tempo per aggiudicarsi il


Il più bravo

Qualunque cosa noi diciamo, non gli interessa.

In un ristorante di Giacarta, qualcuno ripete che gli manca il destro. Lui è a oceani di distanza e sta già andando sul sinistro, sempre e solo sul sinistro. Quando gli aprono smaccatamente, ingenuamente la strada per il destro, la imbocca così rapido da conquistarsi lo spazio per tornare sul suo piede. Altre volte niente, tutto lo allontana dal tiro mancino verso quello sbagliato, e si assiepano gli sciocchi a pensare meno male e poi un tocco sotto, un rasoterra asciutto, una bordata sotto la traversa ricacciano loro indietro il pensiero. Se non usa il destro è perché può scegliere il sinistro, non perché non ce l’ha.

È troppo piccolo, s’impunta un botanico di Utrecht. Lui, più a sud, sta squassando una difesa palla


4 luglio 1998, Stade Vélodrome, Marseille – 89′

“È sempre un piacere incontrarla”, mi disse l’educatissimo sinistro di Frank de Boer.

“Piacere mio”, risposi con totale sincerità. È sempre stato un vero piacere incontrare il piede sinistro di Frank. Era squisito, fermo e accurato: mi ha sempre indirizzata bene. È con quello scorbutico del destro che ho spesso avuto frustrazioni. Fortunatamente non c’era quasi mai.

“Che dice, ce li facciamo questi supplementari?” feci io.

“Potessi eviterei”, e intanto mi toccava pian piano in avanti, più per tenermi sveglia che per portarmi davvero da qualche parte. “Sa, sono un po’ stanco, siamo con due piedi in meno, e gli argentini è bello vederli tristi improvvisamente”. Mi sconfortava, a volte, con la sua schiettezza calvinista.

“Anche Ortega si è preso un rosso però.” Che ubriacone quell’Ortega. Un inutile seduttore. Mi lusingava, mi piedeggiava con


I’m your Boogie Man (that’s what I am)

[Questo post esce solo adesso per ovvia incompatibilità emotiva con le settimane precedenti]

Ero un po’ arrabbiato.
Mario Balotelli, 28/06/2012

“Posa quel pallone e vai a letto, se no arriva l’Uomo Nero e sono affari tuoi”, disse la signora Badstuber.
“Non esiste l’Uomo Nero, mamma”, rispose il piccolo Holger.
“Non esiste finché non lo incontri, Holger”.

Quando Holger incontrò l’Uomo Nero, la Germania non stava giocando in casa ma in cortile, in Polonia. L’Italia s’era fatta due ore d’Inghilterra e un gol su azione in quattrocento minuti, aveva buttato in campo un fuoriruolo, due zoppi, due reietti e Andrea Pirlo, torcia nella notte, lampione nel ghetto, luce nel frigo. In un fascio fosforescente, la palla andò a far visita a Giorgione lo storpio, burattino senza fili sempre


Essere umani, sentirsi ridicoli

Forse un giorno, tra qualche decennio, saremo così fortunati da renderci pienamente conto di che calciatore sia stato Andrea Pirlo, e ci metteremo a ridere per settimane. In teoria, fino a ieri, il regolamento non scritto del gioco stabiliva chiaramente che, ai rigori, gli unici autorizzati a cambiare in positivo le sorti e l’inerzia della partita fossero i due portieri. Se sei un tiratore, puoi solo influire negativamente: sbagliando; se segni hai fatto il tuo (anche se è il rigore decisivo).

Pirlo no.

La situazione prima del suo tiro (per chi, pensando erroneamente di aver qualcosa di meglio da fare, non avesse visto la partita): l’Italia è indietro di uno, errore di Montolivo, il quale ha gli occhi di una tigre coi lucciconi.

Il suo tiro: un Panenka1 realizzato con classe, temperanza e


L’Insopprimibile Leggerezza Del Piero

Avrei voluto scrivere prima di Del Piero, ma in quell’addio c’era qualcosa di indecifrabile e sporporzionato che non riuscivo ad afferrare: venti minuti di applausi e isteria, sciarpe gettate ai suoi piedi come offerte votive a un qualche dio in partenza, addirittura commentatori in lacrime. E tutto ciò a partita in corso. Ma che diamine è successo allo Juventus Stadium?

Il fatto è che quando un campione lascia, non ci soffermiamo mai su quello che significhi per lui quel momento. Forse perché assorbiti dalla nostra stessa malinconia, o troppo impegnati a ritornare subito indietro e ripercorrerne la carriera, analizzarla, compararla, storicizzarla nel momento esatto in cui finisce, sintetizzarla in pochi gesti da archiviare in dei video dalla colonna sonora particolarmente tamarra, o nella nostra memoria emotiva. Il