Die Zukunft ist Deutsch (für eine weile)

Si erano nascosti dietro alla Liga. Non se ne accorse nessuno per troppo tempo, e poi fu troppo tardi. Io iniziai a sospettarlo mentre guardavo uno stanco Clásico pomeridiano, avevo mangiato pesante, o forse fu l’irritante qualità dello streaming, ma iniziai a valutare l’ipotesi che ciò che avevo di fronte non fosse l’apice del calcio mondiale. Stentai a crederci, quello sì. Dov’era andato, lo Spirito del Football?

Che fosse in Germania divenne chiaro a tutti quando il pronostico unanime della finale spagnola fu sgretolato dagli eventi. Lewandowski, Rolls Reus e l’ennesimo Super Mario di questi tempi avari di Luigi sacrificarono il Real Madrid nel tempio del Westfalenstadion, slabbrandone la difesa come un frustino di titanio. Nel ritorno al Bernabeu, los Blancos fecero due gol appena in tempo per aggiudicarsi il massimo dei rimpianti.

Il tiqui-taca del Barcelona fu invece vittima di uno dei più terrificanti episodi di bullismo sportivo che si ricordino. Un’escalation di violenza nella quale, a ogni gol, aumentava la ferocia con cui i bavaresi cercavano il successivo, con quella irragionevole foga che porta alla sesta pinta dopo le prime cinque.

La finale fu giocata in fascia protetta per evitarla ai bambini. Sommersa da migliaia di tedeschi, Londra atterrì come in quel periodo storico che non credo di voler davvero utilizzare come paragone, tanto ci siamo capiti. Tutti i teutonici del mondo erano su di giri in modo allarmante, soprattutto da quando si erano resi conto che, con due squadre tedesche in finale, stavolta non l’avrebbero persa di sicuro.

Tale scoperta, peraltro, destò così tanto entusiasmo che ci fu addirittura chi propose di dividere nuovamente in due la Germania, in vista del Mondiale. Poi qualcuno esclamò “finiscila con queste stronzate, Breitner!” e l’idea venne accantonata.

Vinse il Bayern, nonostante gli otto rigori sbagliati da Robben.

Ora, il fatto qui è che Guardiola vive da sempre due passaggi avanti rispetto al resto di noi. Ai tempi in cui Mourinho gli spianava contro tutto il suo repertorio di media tricks, Pep aveva già sul comodino La critica della ragion pratica rilegata in oro dei Nibelunghi. La legge morale in sé. Il cielo stellato, quello delle sue notti di Champions.

E le ambizioni utopiche di Pep Guardiola, a Monaco, si incontrarono coi professionisti dell’ambizione. Se la Spagna era felice della sua idea immediata e vagamente infantile di dominio (impedire all’avversario di toccare la palla, ridurlo a proprio inseguitore per novanta minuti), la Germania aveva propositi di più ampi orizzonti, brame di espansionismo sportivo. Avere la palla non era il fine, ma il mezzo per prendersi la partita. E prendersi la partita, ogni partita, non era il fine, ma il mezzo per conquistare il gioco.

Il Bayern metteva in campo una produzione di segnature in serie a intervalli temporali stabiliti secondo un preciso decadimento geometrico: primo gol dopo 40 minuti, secondo dopo altri 20, terzo dopo 10, quarto dopo 5, e così via. Gli avversari si arrendevano attorno all’80°, sotto di quindici o settemila gol a seconda del momento esatto in cui uscivano volontariamente dal campo.

Il mondo del calcio osservava impietrito. Alla neonata supremazia tedesca erano bastati i primi venti minuti di precampionato per attirarsi l’antipatia dell’opinione pubblica. Al settantesimo era già uscito in formato  e-book il primo saggio contro il calcio germanico, mentre al fischio finale della Supercoppa Europea, nella quale Guardiola tramortì il Chelsea di Mourinho (Cech giocò il secondo tempo con un casco integrale, per dire), tutti i siti europei parlavano di “fine del calcio”. Nei giorni successivi, molti tentarono inutilmente di appassionarsi a competizioni per le quali i tedeschi non erano portati, tipo Masterchef e i racchettoni da spiaggia.

Ma era solo l’inizio. Approfittando di un vuoto normativo (o, più verosimilmente, del fatto che a giugno in Lega Calcio non c’era assolutamente nessuno), il Bayern si iscrisse anche alla Serie A italiana. La doppia stagione sembrò elettrizzarli. Giocavano il sabato a Catania, la domenica in casa con lo Schalke, poi il mercoledì in coppa. Si allenavano principalmente in aereo, l’enorme aereo a forma di stadio messo a disposizione dal club. Vinsero tutto. Poi fecero valere l’iscrizione alla Serie A come precedente vincolante e la stagione successiva il Bayern fu campione di Inghilterra, Spagna, Italia, Portogallo, Russia, Francia, Olanda, Turchia e Svizzera. Arrivò secondo in Austria, dove giocò il campionato con soli 8 calciatori della primavera femminile. Ciò gli consentì di qualificarsi anche per l’Europa League. La Supercoppa Europea 2017 fu vinta dal Bayern in un’avvincente finale contro se stesso. I tifosi sugli spalti cantavano “ora la Libertadores”. La Fifa aveva paura.

In quegli anni, molti si convertirono al germanesimo, quasi tutti per inconfessabile ma evidente timore reverenziale. Anch’io fiutai presto il clima e scrissi un post sul tema, rispolverando il blog dopo qualche mese. Dimentico delle credenziali, effettuai l’accesso urlando PASSWORT IS NUTZLOS, ZIEGE!, e subito WordPress mi diede il wilkommen con un font piuttosto amichevole. Poi scelsi un titolo in tedesco, nonostante io il tedesco non lo conoscessi per niente.

Tutto era perduto, insomma, il calcio era dei crucchi. Finché una sera il Bayern perse, brutalizzato in un quarto di finale di Champions. Benché nessuno lo avesse previsto, tutto avvenne in un’aura di strana normalità, come fosse il compimento di un processo fisiologico. Sui volti dei tedeschi, assieme a stanchezza, stupore e delusione, si intravide una punta di sollievo.

Molte cose si potrebbero dire sulla squadra che li vinse, ma l’unica che abbia senso riportare è che parlava la lingua di quel libro che, ormai da mesi, stava sul comodino di Josep Guardiola. Che ha sempre avuto più chiaro del resto di noi un concetto cruciale: il football si muove, non ha padroni; il football ricomincia da chi sa portarlo un po’ più in là, da chi ha più voglia di giocarlo bene, meglio di tutti. Ed è una voglia passeggera, come ogni fenomeno umano. “Per questo Alex Ferguson era un marziano”, disse un giorno Guardiola a un bambino che calciava per strada una palla di gomma, con indosso una vecchia maglietta di Paul Scholes, “fu lui a lasciare il football. Il football non lo lasciò mai”.

Il più bravo

Qualunque cosa noi diciamo, non gli interessa.

In un ristorante di Giacarta, qualcuno ripete che gli manca il destro. Lui è a oceani di distanza e sta già andando sul sinistro, sempre e solo sul sinistro. Quando gli aprono smaccatamente, ingenuamente la strada per il destro, la imbocca così rapido da conquistarsi lo spazio per tornare sul suo piede. Altre volte niente, tutto lo allontana dal tiro mancino verso quello sbagliato, e si assiepano gli sciocchi a pensare meno male e poi un tocco sotto, un rasoterra asciutto, una bordata sotto la traversa ricacciano loro indietro il pensiero. Se non usa il destro è perché può scegliere il sinistro, non perché non ce l’ha.

È troppo piccolo, s’impunta un botanico di Utrecht. Lui, più a sud, sta squassando una difesa palla al piede. Corre come se non avesse il pallone e lo tocca come se fosse fermo. Finta la sterzata esterna, allude al rientro con l’anca, la spalla, la testa, lo sguardo, ma inchioda invece, tutto gli scorre avanti, e si prende lo spazio per osservare i suoi marcatori che cercano di non cadere. Dove siano i compagni già lo sa: filtrano nelle fresche crepe della retroguardia come pioggia dopo un terremoto. Un piccolo terremoto.

Perché tu ti fermi ai gol. Vogliamo contare gi assist? incalza un impiegato di Cape Town in pausa pranzo. Anzi, vogliamo contare tutti i passaggi prima dell’assist, quando imbecca l’esterno in area, dopo aver sconvolto la mediana? A volte va a riprendersi il passaggio, più spesso ci vanno Cesc, Pedro, Xavi. Ma chi è che ha fatto il gol, se non lui?

È che non rientra, azzarda un bartender di Galway mentre il Barça è impegnato a Mosca sui suoi schermi al plasma. Nessuno ribatte, tutti, troppi, guardano sempre e solo il pallone, e lui intanto chiude linee di passaggio, pressa centrali, rallenta terzini. Solo due spagnoli, seduti al bancone davanti a due Bushmills, si raccontano ancora di quella volta che ridusse Agüero a icona sbiadita di un Diez albiceleste.

No, seriamente: toglili il dribbling, il tiro, la visione di gioco, il passaggio. Ne esce comunque un terzino interessante.

Toglili anche la corsa, dai, resta una rogna di mediano argentino da scrollarsi a cazzotti.

Giunge un inglese.

Ragazzi, lo sapete benissimo qual è il punto: la nazionale. Fin quando non vince con quella gli mancherà sempre qualcosa.

Gli spagnoli lo osservano con l’aria di chi sa cosa vuol dire vincere con la nazionale.

Voi inglesi avete l’ossessione dei trofei, si inserisce un’americana.

Guarda che non è paraguaiano. L’Argentina è una squadra che il trofeo lo può vincere sempre, è una signora squadra.

Sono d’accordo. A parte una difesa orribile, un allenatore inadeguato e una guerra civile nello spogliatoio, nel 2010 era una signora squadra.

Sembra sempre tutto sbagliato quando si perde male.

E raramente si perde male quando va tutto bene.

Senti, d’accordo, la nazionalità non si può scegliere, ma converrai che poteva andargli peggio. O no?

Convengo sulla conclusione, non sulla premessa: lui ha scelto.

In che senso?

Nel 2004 ha rifiutato di giocare per un’altra nazionale. E non una qualunque: era la Spagna. Ecco, te la immagini adesso questa discussione, avesse giocato nella Spagna? Staremmo solo qui a sentirci fortunati, ad ammirare il più bravo di tutti. Che poi è quello che dovremmo fare, secondo me. Anche se discutere è bello, e lui gioca lo stesso. Qualunque cosa noi diciamo, non gli interessa.

Gli spagnoli annuiscono con aria grave, l’inglese si porta la pinta fin sotto i baffi, poi si voltano tutti di colpo verso lo schermo perché lui è da solo verso il portiere. Lo salta, qualcuno tenta di ricordare almeno un portiere che non si sia fatto saltare, ma niente, sarà la birra, sarà questo chiasso celebrativo di un gol a Mosca a porta vuota.

Niente.

Nonno, è il più bravo? chiede un bimbo di Rosario dalla sponda del Paranà.

Hai ragione, fa il nonno. Ma lui non gioca per risponderti di sì. Sente la tua domanda, ma la dimentica inseguendo un pallone, uno spazio, un avversario. La dimentica perché non gli serve a niente.

Al di là del calcio, Maradona è stato i suoi demoni, Pelé il suo brand. Al di là del calcio, lui non esiste perché nient’altro desidera, nient’altro gli manca. Il calcio non è lui, ma non c’è niente di lui che non sia calcio. Perciò è il più bravo a questo gioco. Oltre il talento, oltre i trofei, a innalzarlo è la sua silenziosa, incrollabile devozione.

4 luglio 1998, Stade Vélodrome, Marseille – 89′

“È sempre un piacere incontrarla”, mi disse l’educatissimo sinistro di Frank de Boer.

“Piacere mio”, risposi con totale sincerità. È sempre stato un vero piacere incontrare il piede sinistro di Frank. Era squisito, fermo e accurato: mi ha sempre indirizzata bene. È con quello scorbutico del destro che ho spesso avuto frustrazioni. Fortunatamente non c’era quasi mai.

“Che dice, ce li facciamo questi supplementari?” feci io.

“Potessi eviterei”, e intanto mi toccava pian piano in avanti, più per tenermi sveglia che per portarmi davvero da qualche parte. “Sa, sono un po’ stanco, siamo con due piedi in meno, e gli argentini è bello vederli tristi improvvisamente”. Mi sconfortava, a volte, con la sua schiettezza calvinista.

“Anche Ortega si è preso un rosso però.” Che ubriacone quell’Ortega. Un inutile seduttore. Mi lusingava, mi piedeggiava con arte e vigore e poi spariva per intere mezzore. Intere stagioni, a volte. Pensare che me lo presentarono come l’erede del Pibe, quei cretini dei giornalisti. Oh, il Pibe. Se mi metto a parlarvi di lui, non finisco la storia.

Quello che dovete sapere è che io ero vestita quasi tutta in bianco, ché in Francia l’eleganza è importante. Mi avevano già messa in rete due volte e non vedevo l’ora che succedesse di nuovo, magari ripetutamente, durante i supplementari. Nei rigori non osavo sperare: si sarebbe giocato per segnare.

“Allora la saluto. È stato, ancora una volta, un piacere.”

“Piacere miiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii…” Che spasso i lanci del sinistro di Frank. Appropriatissimi, sempre puliti. E poi non riuscivo mai a capire subito quanto durassero, né da chi sarei finita. Pensavo Kluivert, il più adatto a gestirmi mentre ero per aria, però ero troppo lunga per Kluivert. Infatti, ruotando all’indietro, mi stavo facendo cinquanta metri, e dieci in altezza, verso Dennis Bergkamp.

“Vieni qua, piccola. Non sei mai stata così bella.” Il destro di Dennis era completamente pazzo. Un po’ anche il sinistro, a dire il vero; ma il destro era qualcos’altro. Non lo dava a vedere, ma me l’aveva confessato spesso. Anzi, era tra i suoi argomenti preferiti. Era una follia latente e ben controllata, la sua. Mi preannunciava dei colpi che non avevo mai provato e io lo so che non li dimostro, ma ho centocinquant’anni, mi dovete capire: se trovo qualcuno capace di darmi sensazioni nuove, non voglio lasciarlo più. Certo, non sempre all’annuncio seguiva un’adeguata realizzazione: a volte il destro di Dennis sbagliava, altre cambiava idea, altre ancora s’inceppava nell’incertezza e mi faceva innervosire. Ma se mi ero messa elegante era soprattutto per quelli come lui, i trendsetter dell’eleganza stessa.

“Ti ho preparato una sorpresa”, disse il destro di Dennis mentre mi trasformava da proiettile rotante in un prolungamento di se stesso. La vertigine del lancio mi rende irrequieta, selvatica. Essere domata così, con quel garbo e quella fermezza, per me sarà sempre un piacere. Ma un piacere molto diverso dall’incontrare il sinistro di Frank de Boer.

“Vieni da noi che non ti facciamo niente”, mi intimarono in coro entrambi i piedi di Ayala, un bruto che fa rima con troppi cori su troppe mamme. Ed è sempre il solito problema con questi lanci lunghi: già sono difficili da controllare, ma se anche li controlli, poi hai perso il passo, hai subito l’uomo addosso e tutto finisce ancor prima d’iniziare.

Alla sorpresa credevo poco. Bergkamp era sfiancato, mancava un minuto alla fine e Ayala stava arrivando incazzato. “Probabilmente tenterai il solito pallonetto”, sentenziai diffidente e sempre più convinta che Dennis, dopo lo stop, dovesse ritrovare il passo e probabilmente anche un compagno a cui passarmi. Invece quel passo Dennis non lo perse mai: mi toccò di nuovo, subito dopo il mio arrendevole rimbalzo, con un tocco verso il basso che mi sbatté sull’erba e mi condusse in un mondo nuovo, situato dietro Ayala, oltre Ayala, davanti all’improbabile portiere Carlos Roa. La sorpresa fu tale da ridurre il mio universo a un’unica agognata visione: non volevo nient’altro che la rete, non vedevo nient’altro che la rete.

Dite la verità, l’avete notato anche voi. Ci sono questi momenti in cui qualcuno fa un gesto così speciale per liberarsi che il tiro diventa solo la formale ratifica di un gol già segnato, e pare che buttarmi dentro sia inevitabile. Sono quei momenti in io cui ho accesso – e ancora non ho capito come – a un’altra dimensione nella quale posso prendere il controllo e dare ordini indiscutibili, che vengono solo eseguiti. “Colpiscimi! Qui! Adesso!”, urlai al destro di Dennis. E lui lo fece. Ah, se lo fece.

Nell’estasi di finire imbrigliata tra le corde, dopo l’afrodisiaco lancio di Frank e le carezze preliminari di Dennis, intravidi solo le mani sui fianchi di Ayala e il superfluo Carlos Roa inginocchiato in avanti col braccio proteso a reclamare un’irregolarità che non gli veniva in mente. Ma io lo so quello che avrebbe voluto dire: “Signor arbitro, non vale. È stato tutto troppo bello.” E sul secondo concetto non potrei essere più d’accordo.

I’m your Boogie Man (that’s what I am)

[Questo post esce solo adesso per ovvia incompatibilità emotiva con le settimane precedenti]

Ero un po’ arrabbiato.
Mario Balotelli, 28/06/2012

“Posa quel pallone e vai a letto, se no arriva l’Uomo Nero e sono affari tuoi”, disse la signora Badstuber.
“Non esiste l’Uomo Nero, mamma”, rispose il piccolo Holger.
“Non esiste finché non lo incontri, Holger”.

Quando Holger incontrò l’Uomo Nero, la Germania non stava giocando in casa ma in cortile, in Polonia. L’Italia s’era fatta due ore d’Inghilterra e un gol su azione in quattrocento minuti, aveva buttato in campo un fuoriruolo, due zoppi, due reietti e Andrea Pirlo, torcia nella notte, lampione nel ghetto, luce nel frigo. In un fascio fosforescente, la palla andò a far visita a Giorgione lo storpio, burattino senza fili sempre sincero perché il naso, più di così, non sarebbe cresciuto mai. Il reietto barese, omofobo per celia, genio nel tempo libero, s’imperniò su un tronco ingenuo e lo circuì, col culo rasoterra e la mente a calcolare traiettorie impercettibili e codici di geometria esistenziale tra il suo piede sinistro e il resto dei mondi possibili, quelli dell’esistente, dell’inesistente e di tutto ciò che c’è nel mezzo, Mario Balotelli incluso.

Balotelli fin lì era uno scherzo reale e un campione eventuale. Troppo forte col pallone per non essere arrogante, troppo imbranato senza per non dover fare il duro. E se sei duro non ridi, non ti emozioni, sei in controllo, niente ti può toccare mai, né la gioia, né il disprezzo. Lo stupore è per gli sciocchi che non sanno come va il mondo. Lui, invece, lo sapeva come andava: mai completamente bene. Con Culobasso fu più che intesa, fu solidarietà tra miserabili.

“Mamma, mi porterà via con lui?”
“Non lo so. C’è chi dice di sì. Ma io credo che ti porti semplicemente lontano, così distante da ciò che ti è caro che non riuscirai più a fare la minima differenza.”

Holger si era sempre detto che, non appena l’avesse visto, sarebbe fuggito immediatamente. Ma il destino volle che in quel momento il suo compito fosse restare lì con lui, più vicino possibile al suo incubo. Glielo chiedevano tutti i suoi cari, e i cari dei suoi cari. Non perderlo di vista, Holger. Stagli attaccato. Così prese un bel respiro e si concentrò intensamente, proprio mentre l’Uomo Nero faceva due passi in avanti e lo scagliava in un pozzo di solitudine e angoscia. Te l’avevo detto, Holger.

Balotelli aveva inzuccato e insaccato con semplicità, il difficile fu l’esultanza: non ci era abituato, gli venne così così. Tutt’attorno, intanto, si percepiva il principio di un processo di accreditamento sociale: l’Italia adesso, ben al di là del risultato, si era portata avanti, forward: per Obama uno slogan, per Mario un ruolo, una disposizione tattica e una vocazione.

“E allora resterò sempre assieme agli altri, mamma. Così l’Uomo Nero non potrà mai portarmi lontano.”
“Non lo so, Philipp”, disse la signora Lahm. “Sempre non è una parola che appartiene agli uomini. Potrai starci molto spesso, se sarai bravo. Ma molto spesso, tesoro, non sarà abbastanza”.

Fu molto bravo, Philipp. Passò la vita assiduamente in linea con gli altri, finché non divenne il migliore di tutti e poi il capitano. Fu allora che rimase indietro, e fu allora che l’Uomo Nero lo prese e lo portò con sé, a velocità folle, in un tunnel di disperazione e rimorso.

Nelle due occasioni precedenti, Mario si era fatto recuperare miseramente da Sergio Ramos e malauguratamente da John Terry. Ma si intuì dallo scatto successivo al primo tocco che stavolta faceva sul serio. Quello che non fu possibile intuire è che avrebbe imbalsamato Neuer sulle sue ginocchia con un destro inopinabile, dispotico, leviatano. Ce ne sarebbero potuti essere cinque di Neuer davanti a quel pallone e, senza alcun diritto all’intervento, sarebbero finiti in ginocchio tutti e cinque, e il pallone sotto lo stesso incrocio dei pali, crocevia di una carriera e di un’esistenza.

Mario si mise a torso nudo e scatenò il panico. Holger e Philipp si scambiarono uno sguardo atterrito e vollero scordarlo subito, senza riuscirci. Da sotto la sua pelle nera, Mario aveva messo ogni suo muscolo, vaso sanguigno, nervo, tendine, osso in esposizione.

“Guardatemi bene. Guardatemi adesso, e poi mai più. Questo è quello che io sono. E voi mi state applaudendo, anche voi che mi avete deriso, escluso, detestato, insultato, siete in estasi. Voi con le vostre leggi ridicole che mi hanno concesso la cittadinanza solo dopo diciott’anni di vita nata e vissuta nell’unico paese che posso sentire mio, e che mio non è mai stato fino a oggi. Oggi che mi prendo la cittadinanza per acclamazione. Se sono uno stronzo, d’ora in avanti, voglio essere stronzo come tutti gli altri. Altrimenti farò di voi ciò che ho fatto di questi tedeschi.”

Poi arrivarono i compagni a festeggiarlo e Mario tornò di nuovo un ragazzo di ventun’anni, sciogliendosi in un sorriso comunque un po’ più breve di quanto non gli sarebbe venuto spontaneo. Al fischio finale aveva ai suoi piedi l’intero Paese al quale aveva permesso di avanzare. Eppure volle, in quel fragore, andare in tribuna ad abbracciarla.

“Mamma, mamma, hai visto? Non faccio più paura. Finalmente ce l’ho fatta. Finalmente mi vogliono bene.”
“Sapessi quanto te ne voglio io, Mario”, singhiozzò la signora Balotelli.
“Lo so, mamma. È per questo che sono qui. Non mi avessi voluto bene tu, forse oggi non me ne vorrebbe nessuno.”

Essere umani, sentirsi ridicoli

Forse un giorno, tra qualche decennio, saremo così fortunati da renderci pienamente conto di che calciatore sia stato Andrea Pirlo, e ci metteremo a ridere per settimane. In teoria, fino a ieri, il regolamento non scritto del gioco stabiliva chiaramente che, ai rigori, gli unici autorizzati a cambiare in positivo le sorti e l’inerzia della partita fossero i due portieri. Se sei un tiratore, puoi solo influire negativamente: sbagliando; se segni hai fatto il tuo (anche se è il rigore decisivo).

Pirlo no.

La situazione prima del suo tiro (per chi, pensando erroneamente di aver qualcosa di meglio da fare, non avesse visto la partita): l’Italia è indietro di uno, errore di Montolivo, il quale ha gli occhi di una tigre coi lucciconi.

Il suo tiro: un Panenka1 realizzato con classe, temperanza e disincanto, senza cambiare né faccia, né andatura durante rincorsa, tiro e rientro a centrocampo; Hart schizza sulla destra come un tappo di spumante e mentre vola si sente piccolo, burlato, strutto.

Gli eventi successivi al suo tiro: Nocerino sorride (ed è il prossimo a tirare) e Prandelli si sforza di non farlo; nonostante il vantaggio, gli inglesi vanno sul dischetto tremanti e impreparati come per un’interrogazione di scienze e li sbagliano tutti, cioè due su due; Hart ha perso la tracotanza e la simula con delle smorfie che non possono impressionare né Nocerino, né Diamanti, i quali adesso sanno – l’hanno appena visto – che segnare un rigore a quel biondino sarà la cosa più facile della partita.2

Con la calma e la forza di chi ha voglia di scherzare, Pirlo ha calciato il rigore decisivo, nonostante non fosse logicamente possibile. Dopo che Italia-Inghilterra si era giocata sul piano della tattica, della tecnica, della resistenza, della tenacia e della fortuna3, restava il piano emotivo, il piano umano, l’ultimo a disposizione. Su quello ha giocato e vinto Pirlo. C’erano degli uomini sul dischetto, dentro a quei completini bianchi. Le certezze degli uomini, per quanto possano essere solide, sono frangibili. E il modo migliore per distruggerle, da sempre, è metterle in ridicolo.

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1 Dato che pare si sia ancora indecisi tra scavetto e cucchiaio, io direi di chiamarlo col nome di chi ha avuto l’ardire di proporlo per primo ad altissimo livello, ovvero Antonín Panenka. E quando dico ad altissimo livello intendo contro i tedeschi occidentali nella finale dell’Europeo 1976 (l’unico trofeo mai vinto da cecoslovacchi, cechi o slovacchi). E quando dico l’ardire intendo tirarci il rigore decisivo, in quel modo.
2 Nonostante questo membro della tifoseria inglese.
3 Ieri sera la risposta al nome di questo blog è stata “De Rossi”.

L’Insopprimibile Leggerezza Del Piero

Avrei voluto scrivere prima di Del Piero, ma in quell’addio c’era qualcosa di indecifrabile e sporporzionato che non riuscivo ad afferrare: venti minuti di applausi e isteria, sciarpe gettate ai suoi piedi come offerte votive a un qualche dio in partenza, addirittura commentatori in lacrime. E tutto ciò a partita in corso. Ma che diamine è successo allo Juventus Stadium?

Il fatto è che quando un campione lascia, non ci soffermiamo mai su quello che significhi per lui quel momento. Forse perché assorbiti dalla nostra stessa malinconia, o troppo impegnati a ritornare subito indietro e ripercorrerne la carriera, analizzarla, compararla, storicizzarla nel momento esatto in cui finisce, sintetizzarla in pochi gesti da archiviare in dei video dalla colonna sonora particolarmente tamarra, o nella nostra memoria emotiva. Il campione è andato, è storia, grazie di tutto. Ma lui, il campione, l’indomani si tirerà giù dal letto, come ogni giorno, passerà dal bagno, si farà un caffè, sveglierà i bambini e andrà avanti con quella che è la sua giornata, la sua vita, finché arriverà un momento, dopo pranzo, o dopo un lustro, in cui si troverà seduto su un costosissimo divano a confrontarsi con il fatto che lui, a neanche metà della sua vita, è per gli altri, e soprattutto per chi lo ama, passato, trascorso, finito. Quel momento sarà più difficile e decisivo di qualunque altro abbia mai affrontato sul campo. Più o meno consciamente, tutti i campioni lo temono. Perciò è più facile avvicinarvisi quando il pallone e gli spalti iniziano a essere un po’ più ruvidi, un po’ più tristi, un po’ più ostili e meno innamorati.

Per Del Piero è accaduto il contrario, ed è per questo che è stato “fatto lasciare”. Lui non è stupido e, per quanto possa tentare di ignorarlo, lo sa che in campo è ormai fermo. Ma l’amore che sentiva in questi anni era addirittura crescente, il pallone continuava ad andare dove lui voleva e lui continuava a decidere le partite, anche se fermo, e sicuramente continuerà da qualche altra parte. Del Piero è uno di quei pochissimi che potrebbero decidere una partita di qualunque livello anche a cinquant’anni, perché Del Piero è probabilmente l’attaccante con meno risorse fisiche che si sia mai visto.

Ovviamente non sto parlando del primo Del Piero, perché quello volava. Sfiorava il campo leggero e spensierato in preda al suo splendido talento, toccava il suolo a malapena, come un piccolo hovercraft coi boccoli. Giocava un calcio delicato, cocciuto e imprevisto, acceso a tratti da istanti di grazia rivoluzionaria che ne rappresentavano il vero tratto caratterizzante e seducente. Riusciva a risolvere il prolungato caos di una partita di calcio con gesti tecnici, molto spesso di solo uno o due tocchi, che apparivano sia logici che assurdi, semplici ma allo stesso tempo impossibili, perché nessuno li aveva mai visti prima. Quasi sempre, poi, erano anche gesti meravigliosi. Non era un calciatore continuo, ma c’erano pezzi di alcune partite in cui Del Piero era così leggero e ispirato che ogni pallone giocato era un colpo di scena, e la partita diventava lui.

Del Piero e Andy Möller, più altre due icone del calcio anni '90: i laccetti sotto il ginocchio e la linguetta dello scarpino rovesciata.

Contro il Borussia Dortmund in Champions League, qualche minuto dopo aver segnato su punizione il quinto gol consecutivo in Europa, si trovò di fronte a un tedesco che gli correva incontro, sulla fascia sinistra, a dover controllare un lancio alto e difficile: dopo lo stop, la palla gli rimbalzò davanti fin sopra la cinta, lui se la incastrò sul collo del piede destro in un gesto di totale padronanza di sé, del pallone, della partita, del gioco, e la accompagnò sull’erba, sostituendosi di fatto alla forza di gravità, la quale stava cercando di attrarre la sfera al suolo comunque. Ma lì non era la fisica a decidere, era Del Piero. Il tedesco inchiodò per lo stupore.

Appena si insediò alla guida estetico-spirituale della Juventus, sembrò quasi inevitabile che la squadra arrivasse fino alla coppa Intercontinentale, inevitabilmente vinta con un gol, in due tocchi, di Del Piero stesso.
Parlava poco, portava spesso delle basette preoccupanti e aveva un nome, Alessandro, che mai come in quegli anni gli si addiceva: era un nome importante, da giovane re, da conquistatore. E tra le tante conquiste ci fu quella fulminea e quasi violenta del cuore del popolo juventino, che ormai accelerava i battiti ogni volta in cui gli arrivava il pallone. Quando il Fenomeno Ronaldo, il miglior giocatore del mondo, arrivò all’Inter dal Barcelona, Alessandro aveva raggiunto un livello tale da poter essere legittimamente paragonato al brasiliano. E i tifosi cantavano Il fenomeno vero è Alessandro Del Piero senza che nessuno potesse dar loro definitivamente torto.

Poi si rovesciò il tavolo. Amiamo le storie, ed è anche per questo che seguiamo lo sport – il quale, per molti versi, è un antichissimo reality show con infiniti personaggi, una trama complessa e un campionario sterminato di sottotrame variopinte.1 Appena riusciamo a entrare nell’intreccio, scegliamo subito le nostre preferite e ci mettiamo a sperare che finiscano bene. Quella di Del Piero, fin lì, era narrativamente ordinaria: una linea retta ascendente verso l’Olimpo. Si fece male, però. Dapprima non molto, ma in un pessimo momento: a pochi giorni dalla finale di Champions, poi persa, col Real Madrid. Era il capocannoniere della competizione, veniva da quattro gol in semifinale, non poteva non esserci; tentò di recuperare, scese in campo, fu un fantasma, aggravò l’infortunio e se lo portò oltralpe. Al mondiale francese avrebbe dovuto essere la stella, diventò l’odiosa ragione che impediva all’Italia di vedere in campo Roberto Baggio, il più amato di tutti. Poi, tre mesi dopo, ci fu l’Infortunio, quello vero. Lì la storia di Del Piero diventa davvero appassionante, lì si sono create le premesse per quell’amore e quell’addio colossali: quando Alex si ritrovò con un ginocchio contraffatto, perché l’originale era perso per sempre. Quando Alex perse tutto, perché aveva perso la leggerezza.

Tornò che non era lui. Era cupo, legnoso, piombato. Correva piano e impacciato. Inoltre, a Torino, in qualche stanza, in qualche testa, venne deciso qualcosa di colpevolmente sbagliato. Nel mezzo di quel calcio di muscoli e 4-4-2 che aveva spedito Zola in Inghilterra e Baggio in provincia, si stabilì che, se non poteva più essere rapido, Del Piero sarebbe dovuto almeno essere forte. Avrebbe dovuto combattere spalle alla porta, reggere gli urti invece di dribblarli.

Ogni chilo di muscoli che Del Piero metteva sembrava svuotarlo ulteriormente di talento, convinzione, allegria, leggerezza. Non giocava più né per vincere, né per divertirsi, ma solo nella speranza malriposta di ritrovare se stesso. Era triste e pesante, scarso e perso. Fu proprio in quella fase, spesso rimossa da chi riassume la sua carriera con soli highlights, che il legame tra Del Piero e chi faceva il tifo per lui divenne intenso e profondo: all’ammirazione degli anni precedenti si aggiunsero compassione e empatia; il supporto traslò dal piano sportivo al piano umano. E lì rimase.

Per ripagare quel sostegno, Alessandro ci ha messo tanto, tantissimo di suo, faticando, resistendo e finalmente ritrovandosi. O, meglio, scoprendo un altro sé, perché nascosto dietro a quel suo nome da conquistatore c’era, e c’era sempre stato, un altro nome: Piero. Un nome umile, da cantautore dimenticato, da soldato morto in una guerra persa, da uomo comune come una riserva, fragile come un ginocchio, solo come un rigorista. Piero fu lo spirito gregario che Alessandro non sapeva di avere, quello capace di soffrire, di accettare e superare errori e panchine; quello che, quando Alessandro non riuscì più a farsi carico della leggerezza, se la prese con sé e la protesse per non farla sparire.

Il 18 febbraio del 2001, a quasi due anni e mezzo dall’Infortunio, stava guardando i suoi compagni pareggiare 0-0 a Bari e la sua situazione era più o meno questa: responsabile (per sua stessa dignitosa ammissione) della sconfitta della nazionale all’Europeo dell’estate precedente, accusato di doping, panchinato per manifesta incapacità di scrollarsi di dosso la sua zavorra psicofisica. Soprattutto, tre giorni prima, era improvvisamente scomparso suo padre.

Succede a tutti: i problemi ci sembrano enormi finché non arriva qualcosa di enorme davvero e, in genere, irrimediabile. A quel punto, quando troviamo di nuovo occasione di guardare ai problemi di prima, non li vediamo più, tanto sono diventati piccoli. Forse è sciocco, ma succede a tutti. Anche a Del Piero. Nel suo caso fu come se assieme al padre fossero scomparsi tutti i macigni. Entrò in campo, puntò l’uomo, lo fece sbandare, toccò la palla sotto ed eccola lì, la leggerezza.
“Era veramente così facile?”, si sarà probabilmente chiesto in qualche angolo del cervello mentre cercava di nascondere la faccia disperata tra le maglie dei compagni.

Raramente una stella è stata così carica di dramma sportivo e umano, e così indifesa di fronte all’occhio del pubblico; ancor più raramente si è vista la stella scrollarsi tutto di dosso con tanta classe e bellezza, come Del Piero in quel giorno a Bari. Da là in avanti Piero e Alessandro iniziarono a essere la stessa cosa.2 Alessandro Del Piero divenne grande e modesto, mito e comprimario.3 Prese il talento come un dovere e lo strizzò fino all’ultima goccia, riadattandolo al suo nuovo corpo scadente. Nel calcio le qualità fisiche aiutano a compensare l’imprecisione della tecnica, e Alex questo lusso non ce l’ha da quasi quindici anni: niente rapidità, né di corsa, né di gambe, forza fisica appena sufficiente a restare in piedi in area di rigore, poca potenza, poca agilità, poca elevazione. È condannato alla perfezione, perché ogni volta che va oltre i due tocchi, se non è perfetto, perde la palla. Per questo chi si aspettava che sarebbe tornato il giocatore di prima sta ancora aspettando. Del Piero si è trasformato in qualcosa di diverso, spesso meno appariscente, certamente più pratico e cinico. Ci abbiamo messo davvero tanto ad accorgercene: ci aspettavamo qualcosa di definito che non arrivava mai, volevamo rivedere Pulp Fiction e lui girava Jackie Brown e Kill Bill, volevamo risentire Ok Computer e lui componeva Kid A e In Rainbows. Poi faceva a tutti la linguaccia.4

Capello e Berlino, il Frosinone e la standing ovation del Bernabeu, tiaghi e felipemeli, lo Scudetto finale: le ultime tappe della storia sono anche le più celebrate e raccontate. Andare in B da campione del mondo e riportare affannosamente la sua squadra fino in cima, là da dove era caduta, è un pezzo di romanticismo fuori epoca, che ha reso dolcissimo il finale di Alex in bianconero5. E c’è un fattore quasi mistico che lo ha accompagnato nell’ultimo decennio: una sorta di impossibilità a essere marginale. Non importa quanto poco spazio gli venisse concesso, Del Piero se lo è sempre fatto bastare, infilandoci giocate belle, leggere e cruciali. Più di una volta è sembrato scivolare lentamente fuoricampo per poi sistematicamente spostare di botto l’epicentro della stagione sulla sua lingua sguainata. Sembrava quasi si divertisse a uscire di scena per rientrarci con più clamore.

Adesso, però, non rientrerà più. Non in Italia, non in bianconero. Magari tra qualche anno verrà ricordato principalmente per il suo tiro, o per le punizioni.6 Io ho voluto ricordarlo per il suo addio impressionante e per tutto quello che c’era dietro, che ho tentato di ricostruire e, un po’, indovinare. Perché la storia di Del Piero è stata molto, ma molto di più dei suoi gol, dei suoi trofei, dei record. La storia di Del Piero è quella di un ragazzino a cui fu rubato un destino grandioso, e quella di un uomo che, con fatica, lacrime e coraggio, se n’è saputo meritare uno ancora più bello. Non ci sarà più un’altra storia così. Ma quel lunghissimo applauso dello Juventus Stadium, idealmente, non finirà mai.

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1 E con Ilaria D’Amico al posto di Barbara D’Urso.
2 Per esempio, nel gol alla Germania in Coppa del Mondo, Piero è quello che si fa tutto il campo di corsa, Alessandro quello che tira.
3 Tra i suoi tanti record, uno particolarmente significativo è il maggior numero di gol segnati in campionato da subentrato: sei, a pari merito con José Altafini.
4 Un’azzeccatissima esultanza che gli uscì spontaneamente a un certo punto del 2004 (probabilmente a Siena) e che oggi è diventata un brand.
5 Fosse arrivata anche la Coppa Italia, il finale sarebbe stato forse addirittura stucchevole, sicuramente disneyano.
6 Sappiate che quei due video sono di un uomo che ne fa di bellissimi, mixando calcio e musica, e che la parola chiave per trovarlo su YouTube è esoesgallo. Lo braccano da anni per via dei diritti, credo, ma lui non si scoraggia, cambia identità e continua a produrre. Al momento in cui scrivo, il suo canale si chiama IsItaCock, ma lui lo ha reso inaccessibile per nascondersi meglio. Purtroppo molti video degli anni passati sono andati perduti, anche se alcuni sono stati ripostati da altri. Voi comunque non disperate: Esoesgallo è vivo e lotta insieme a noi, chiunque egli sia.

Chi è che scrive questa roba?

“Who is writing this stuff?” si chiese l’uomo, fortunato, che commentava gli eventi di Manchester per ESPN. Se lo chiese dopo l’imponderabile rimonta in due minuti. Se lo chiese urlando, mentre il collega quasi afono biascicava un “oh my gods” catarroso e politeista che volveva forse solo cambiare argomento.

Perché lo sceneggiatore dello scorso weekend non esiste. E, se esistesse, sarebbe sorpassato, edonista, sadico, scontato. Qualcuno gli direbbe che questa roba ha smesso di funzionare negli anni Ottanta. Tutto è stato troppo, pagine enormi si sono voltate ovunque.

Alessandro Del Piero lascia Torino con lo Scudetto in mano, le lacrime agli occhi, il pallone all’angolino. Segna, esce, fa un giro di campo a partita in corso e la partita diviene l’anonima cornice di uno stadio che piange. L’emozione dello Juventus Stadium “si sente come la pioggia addosso”, commenta stupefatto il lì presente Caressa.

Negli stessi istanti, a Milano, Superpippo fa l’unica cosa che gli sia mai davvero interessata, su assist di Seedorf, per l’ultima volta. Festeggia tentando di scalare a mani nude le protezioni di San Siro, in un momento di totale simbiosi col pubblico. Ad abbracciarlo, in ordine di apparizione, Alessandro Nesta, Rino Gattuso, Gianluca Zambrotta: tutti all’ultimo atto rossonero, incluso il fenomenale tipo del suddetto assist. I milanisti si commuovono “con la gioia perversa che si prova nell’esser tristi”. Galliani ha una faccia che nemmeno dopo Istanbul. Ibrahimovic osserva il tutto e ipotizza: “Forse io non sono mai esistito”.

Quarantaquattro anni dopo l’ultimo successo, i Citizens vincono la Premier League, per differenza reti. Poi la perdono, con un uomo in più, contro una squadra che ha cinquanta punti in meno. Poi la rivincono con due gol negli ultimi duecento secondi. Altrove, lo United finisce il suo campionato che è ancora primo. Un minuto dopo è la seconda squadra di Manchester.

Oltralpe, ma sempre allo scadere, il Montpellier si trascina a un pareggio con l’ultima dal loro primo titolo di sempre, sfuggendo al PSG di Ancelotti e dei petroldollari arabi. Segna Karim Aït-Fana, un carneade dal nome arabo che è più francese della Bastiglia. Un po’ più in basso, l’Olympique Lyonnais non si qualifica per la Champions League per la prima volta in dodici anni.

Il Real Madrid arriva a cento punti nella Liga, lasciando il Barça a chiedersi come si possa perdere così nettamente dopo averne fatti novantuno. Cristiano Ronaldo timbra il quarantaseiesimo gol in campionato, ma lui no, non si ferma neppure un momento a chiedersi come possa sfuggirgli il Pichichi dopo quarantasei gol: si facesse certe domande, svanirebbe di colpo.

Il Dortmund distende la terza autobahn della stagione sul Bayern München, si prende anche la Coppa di Germania, dopo la Bundesliga, e soprattutto certifica un fatto: i bavaresi saranno pure in finale di Champions, ma la più forte squadra tedesca è gialla e nera. Anche se Ribery segna un gol stupendo, dopo aver combinato con Robben sulla stessa fascia: uno schema che rivedremo presto.

Questa stagione è stata tsnunami e spartiacque. La Juve è tornata, il Barça ha abdicato, Manchester ha un nuovo padrone, la Francia nessuno, la Germania almeno due. Prima che ci assorbano gli Europei, restano l’ultima finale di Guardiola, l’ultima partita di Del Piero, l’ultima chance del Chelsea. Le aspettiamo, saranno bellissime: non le ha scritte nessuno. Non ancora.

L’imponderabile

“Ciao, quanto stanno?” chiesi il 26 maggio di tredici anni fa, rincasando verso le 22.30.
“Matteo, corri! Ha appena pareggiato il Manchester United!”, disse mio padre.
Era il 91°. Mi vidi tutti i replay del gol di Sheringham e, mentre andavo ad appendere la giacca all’attaccapanni (da buon teenager, giravo in motorino), mi scoprii felice di potermi godere i supplementari sul divano con mio padre, che invece dalla cucina urlò: “Matteo, corri! Hanno fatto un altro gol!”
Il gol decisivo di una partita storica, e io me lo persi per ingenuità, per inesperienza: dando per scontato che non si potessero segnare due gol in tre minuti di recupero di una finale di Champions League.
Così intuii per la prima volta una delle verità più eccitanti dello sport: più sale il livello, più sale la tensione, più è probabile che possa succedere qualcosa di assurdo.

Questa verità è ancor più vera per il calcio, in cui gli episodi hanno un peso enorme e il punteggio cambia sì di rado, ma può farlo in ogni modo e momento. E, nonostante ciò, quasi nessuno tiene conto di questo fatto: sembra che il calcio riesca a far dimenticare a chi lo segue una parte di se stesso, la più stupefacente e potenzialmente esaltante o atroce. Chi tifa continua inspiegabilmente a rilassarsi o rassegnarsi dopo un due a zero al ventesimo, o dopo un rigore più espulsione a mezz’ora dalla fine.

Come molte altre attività umane, il calcio è anche una battaglia per conquistare il predominio psicologico sull’avversario, l’inerzia del gioco (the run of play):1 quando una squadra ci riesce, sembra imbattibile, sembra avere il destino con sé. Soltanto che, in un contesto dove basta niente a capovolgere ogni cosa, quest’inerzia, questo vento in poppa, è eccezionalmente effimero e infedele. Un attimo soffia per te, l’attimo dopo sta aiutando i tuoi avversari a trascinarti in un incubo. A volte basta l’infortunio di un uomo chiave, una leggerezza del capitano, un tunnel fatto al miglior difensore, e si apre una crepa nelle certezze dei calciatori, nella quale si annida e dalla quale sussurra il tarlo della sconfitta. “L’avrò sentito solo io?”, si chiedono. Poi guardano gli occhi di un compagno e capiscono. Gli arriva il riverbero della loro vulnerabilità: perdere è possibile; basta un errore, un malinteso, una prodezza avversaria, una zolla.

Ad alti livelli, è difficile che si sbagli perché scarsi tecnicamente. Gli errori avvengono quando non si riesce più a prolungare l’illusione che la sconfitta non esista, e la forza mentale di una squadra, di un calciatore, sta nella capacità di alimentare questa illusione, e di ricrearla una volta svanita. Se non ce la fa, a quel punto non importa quali siano le forze in campo: c’è spazio per l’imponderabile, e c’è sempre stato. Può sovvertirsi tutto, anche quando non si sa neppure immaginare come sia possibile.2 E ditemi voi se non è bellissimo.

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1 Per accaparrarsi il destino, negli anni ’80, il Real Madrid di Butragueño entrava in campo con l’obiettivo di fare i primi tre tiri, i primi tre falli e le prime tre urla della partita.
2 Sì, anche quando una squadra disperata, terzultima, fuoricasa, con un uomo in meno e che non aveva mai tirato in porta riesce a segnare alla miglior difesa d’Europa perché il miglior portiere del mondo perde in un attimo ogni certezza e, di conseguenza, il pallone, come il più brocco e incerto dei ragazzini. Giusto per fare un esempio.

Per una rivalutazione del minuto di silenzio

“Muore in campo il calciatore Morosini. I soldati italiani combatteranno con il lutto al braccio.”
roberto manunta su Spinoza

Le persone è sempre meglio rispettarle da vive che da morte – anche se la seconda opzione è infinitamente più facile – e la presenza di un defibrillatore a bordocampo1 sarebbe stata per Morosini, e per i suoi compagni e avversari, una forma di rispetto molto più opportuna dello stop di qualunque campionato.

Fermare il campionato, a prescindere dalle ragioni per le quali lo si ferma, è invece una mancanza di rispetto per chi lo segue, soprattutto per quelle tantissime persone che investono tempo e denaro nell’andare allo stadio, addirittura in trasferta. Farlo notare può provocare qualche accusa di cinismo, ma il punto resta.

Penso che, quando muore sul lavoro un ferroviere, i treni viaggiano comunque. Mi chiedo come sarebbero andate le cose se Morosini avesse giocato in Lega Pro, o se fosse morto di mercoledì. E, insomma, credo che fermare il campionato sia stata una scelta emotiva e molto discutibile, mentre farlo addirittura slittare (se ne è discusso fin troppo) sarebbe stato certamente sbagliato e anche un po’ ridicolo.

Che cosa fare, dunque, quando avvengono tragedie come quella di Morosini? Beh, ci sarebbe quel vecchio istituto del minuto di silenzio, su tutti i campi, prima del fischio d’inizio. Che, a ben vedere, è un momento solenne, potente, toccante, in cui il tempo sembra dilatarsi, in cui si ha la possibilità di intuire quanto sia lungo e prezioso un minuto, e a volte quanto sia breve e preziosa una vita; in cui uno stadio intero che tace non è più un campo da gioco, ma diventa una specie di luogo di culto laico temporaneo.

Ma si penserà che un minuto di silenzio non è abbastanza, ed effettivamnte pare proprio così.

Ora, a parte il fatto che spesso lo stadio non tace, a causa di stupidi o maleducati, il problema è che il minuto di silenzio si è progressivamente svalutato negli anni, diventando una presenza quasi familiare, a cui si fa ricorso prima di tante, troppe partite di campionato. Non sono riuscito a trovare un resoconto di quanti se ne siano osservati negli ultimi anni, ma la sensazione è che ormai un minuto di silenzio non venga negato praticamente a nessuno: magazzinieri, vecchie glorie, tifosi illustri, parenti del presidente.

Aggiungiamo inoltre che il calcio (e lo sport in genere) si sobbarca anche il peso delle tragedie extrasportive, come se dovesse giustificare la propria esistenza di fronte a questioni terribili e molto più serie.2 Così si chiede al pubblico di tacere anche in memoria di militari, vittime di attacchi terroristici o di catastrofi naturali.

Ma quando chiedi silenzio a decine di migliaia di spettatori paganti, devi chiederglielo per qualcosa che li coinvolge, che li riguarda profondamente. Altrimenti la commemorazione diventerà noia, quando non un fastidio, e perderà valore e dignità. Quindi, ecco, credo che sarebbe bene se ponessimo dei limiti a questa specie di fiera del minuto di silenzio che sembra diventata la Serie A. Così, di fronte a una tragedia calcistica vera, come quella di Morosini, non avremmo la sensazione di dover improvvisare qualcosa di straordinario. Potremmo semplicemente fermarci per questo lunghissimo minuto, piangere e ricordare, insieme, senza scappare, rispettando tutti.

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1 O la presenza di qualcuno pronto a usarlo quel defibrillatore, che pare ci fosse.
2 Come se il divertimento, e la passione, non fossero anch’esse cose molto serie.

Siamo i cattivi

“The inspirational tagline of Italian football: «If you destroy it, they will go away».”
Brian Phillips

In ogni luogo dell’Universo che sia popolato da esseri senzienti si rinnova costantemente, giorno dopo giorno, ora dopo ora, l’eterno, appassionante e incerto scontro tra le forze del Bene e quelle del Male.
Una delle declinazioni terrestri di questa tenzone riguarda il come si debba giocare il calcio, e un antichissimo e attualissimo dibattito – che non ho intenzione né possibilità di riassumere in questo post – ha portato la maggioranza dei follower del gioco a convergere su di un’opinione: se c’è una squadra in grado di rappresentare le forze del Bene, quella squadra esiste dal 2008 ed è il Barcelona.

Ora facciamo finta che non ci sia da discutere per settimane o secoli sulla precedente affermazione e concentriamoci sul seguente dato: dal 2008, da quando ha Pep Guardiola in panchina, il Barça non è andato in gol in Champions League solamente in quattro occasioni1, due delle quali a San Siro contro squadre italiane.

Subito una parentesi su San Siro. Ormai è chiaro a tutti: San Siro è il Bentegodi d’Europa. L’imponenza e il fascino della struttura non riescono più a mascherare la totale inadeguatezza del manto erboso. Il prato di San Siro è in realtà una siepe molto bassa di settemila metri quadri. Una spigolosa macchia mediterranea padana che smotta, si squarcia, produce improvvisi ostacoli collinari e rigogliosi cespugli che imbrigliano caviglie e passaggi filtranti. Urge un miglioramento rapido, celere, sintetico. Chiusa parentesi.

Lo zero a zero è il risultato prediletto dalle forze del Male. Uno dei concetti chiave che identificano il maligno nel calcio sembra mutuato dalla discografia floydiana ed è quello dell’assenza. Le squadre del Male operano affinché sul campo succedano meno cose possibili. Tendono al nulla, alla carestia di eventi. Nelle loro espressioni più pure, esse rinunciano al pallone. E quando, in un gioco denominato football, tu non vuoi che the ball tocchi the foot, stai scientemente minando le basi del gioco stesso.

“Non volevamo la palla perché quando il Barcelona pressava e la riconquistava, finivamo fuori posizione”, disse Josè Mourinho dopo il Barcelona-Inter del 2010. “Io non voglio mai finire fuori posizione, quindi non voglio la palla. La regalavamo”. Risultato: 14% di possesso, nessun tiro in porta, ogni blaugrana con più passaggi completati di ogni interista, portieri inclusi. Ma, soprattutto, Inter in finale e Barça a casa.

Personalmente, quando si tratta di sport, non vedo niente di sbagliato nel tifare per i cattivi. Proprio per questo, però, bisogna dirsi le cose come stanno: i cattivi siamo noi. Non siamo gli unici, ma siamo i migliori. Per molti la difesa è una necessità, noi ne facciamo un’arte. È così, ci esaltiamo. Il pubblico ne gode, la stampa elogia, ricama e vende. Il resto del mondo non capisce. D’altronde l’apice del nostro movimento calcistico, Italia-Brasile 3-2 (1982), altro non è che un catenaccio perfetto, oltranzista e dissoluto. Una sorta di Olanda-Italia 0-0 (2000), solo molto peggio, e senza un uomo in meno.

Coverciano by night

La Grande Inter di Herrera fu un poderoso alfiere del Male, fu catenaccio primordiale, entusiasta e incontaminato: perciò non poteva che essere la sua straordinaria reincarnazione mourinhana ad annichilire il Bene catalano. Per il Milan il discorso dovrebbe essere diverso. I rossoneri hanno grande tradizione europea e alcuni principi di gioco il Barcelona li ha adottati proprio dal diavolo sacchiano dei ’90. Per questo – inspiro, prendo coraggio, ripenso al passato: pare proprio passato; fuori il cielo si sta ingrigendo, mi sembra che il sole sia opaco; o la mia vista si è appannata? Espiro, scrivo – sono completamente d’accordo con Berlusconi – l’ho scritto; inspiro; sento freddo, adesso; mentre indosso un maglione, i Cavalieri dell’Apocalisse mi sussurrano in un orecchio parole incomprensibili in una lingua senza vocali né punti e virgola; non me ne curo, vado avanti: siamo quasi alla Fine – quando dice che il Milan mercoledì scorso è andato “così così”. Berlusconi è insoddisfatto perché per lui il Milan è quello che gioca, attacca e batte il Barcelona 4-0 in finale ad Atene. Perché lui, almeno in quanto a gusto calcistico, è poco italiano. Il Milan, invece, è diventato italianissimo e adesso gioca per il lato oscuro.

Riuscisse a strappare un pareggio al Camp Nou, sarebbe un altro trionfo del Male per mano di una squadra italiana. Difficilmente letale (il Bene, dopo vent’anni di difficoltà, gode oggi di ottima salute), certamente non l’ultimo.

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1 Barcelona-Chelsea 0-0, 28-04-2009; Inter-Barcelona 0-0, 16-09-2009; Rubin Kazan’-Barcelona 0-0, 04-11-2009; Milan-Barcelona 0-0, 28-03-2012.